di Adriano Aiello 24 Ottobre 2012
tomaso trussardi

Le marchette. La parola chiave del giornalismo contemporaneo. Ma anche la più evocata a sproposito da una tipologia ben precisa di commentatore web: il serioso, aka il cavilloso, aka il dietrologo, aka l’apocalittico, aka lo sgamatore. Se tra i lettori c’è qualche sventurato che ha studiato sociologia, comunicazione o comunque ha impattato lungo il percorso universitario l’analisi testuale, ecco sarebbe ora di rispolverarla per un compito civile: applicarla ai commenti sul 2.0. I risultati credo sarebbero sorprendenti e se applicati al nostro mondo, temo non ci siano Bonci o Grom che tengano.

D’altronde chiunque abbia scritto qualche riga sul web in vita sua non può essere scevro dal marchio infame. Io personalmente detengo un piccolo record (che temo di condividere con molti): ho preso la macchina, fatto benzina, andato in una cantina, assaggiato dei vini, li ho comprati, ne ho scritto con sincero entusiasmo e ho immediatamente vinto l’appellativo di marchettaro, oltre che di incompetente ovviamente. Amen.

Insomma, la parola marchetta domina incontrastata, le marchette ci sono, sono intorno a noi. Calibriamone una puntigliosa esegesi, onde evitare che se parli del concentrato Mutti qualcuno pensi di averti fatto tana. Anche perché i prodotti e i marchi esistono, tacerne la loro esistenza è un po’ ridicolo.

Alcune sono furbe e invisibili, hanno una loro sofisticatezza e una loro “etica”. Altre rientrano in quella lunare invenzione chiamata product placement (basti vedere le trasmissioni televisive a tema food su tutto); le più patetiche sono quelle autoimposte dallo scriba. E ogni volta che un blogger parla bene – senza imbeccata – del prodotto x per riceverne a casa una confezione, un giornalista d’inchiesta muore.

Ovviamente le più lucrative, quelle che smuovono davvero, sono senza ritegno, perché il potere non è mai sofisticato. Sono smaccatamente invadenti, chiare e volgari come i casi di corruzione politica e amministrativa che fanno capolinea un giorno sì e l’altro pure nella nostra avvilita nazione.

Infine ci sono quelle spocchiose e professorali, vezzo di chi racconta un mondo alto e altro, dove se ci si abbassa al giochino (citando ad minchiam grandi marchi) lo si fa magari credendo sinceramente di essere in buona fede, o solo come riflesso di mantenimento dello status quo elitario. Perché le marchette le fanno solo i poveri cristi. Forse…

ORA UN QUIZ: a che ipotesi appartiene questo post di Luciano Ferraro (Corriere della Sera) dedicato a Trussardi Jr e al suo divorzio lavorativo con lo chef Berton?

[Crediti | Link: Dissapore, Divini/Corriere. Immagine: Fanpage]

PS.
Bonus per chi legge il post di Luciano Ferraro: il giovane Trussardi giudica con tono insolitamente sprezzante per una ribalta pubblica il rapporto di lavoro con lo chef Berton.
“Berton è il passato — spiega Tomaso — con lui abbiamo avuto grossi problemi. Non badava ai conti. Siamo usciti dalla monotonia di alcuni piatti, abbiamo cambiato fornitori, eliminato sprechi, ridotto il personale. Adesso facciamo cento coperti al giorno».