di Riccardo Campaci 16 Marzo 2015
la comanda clock pizza

Chi l’ha detto che gli italiani sono bravi solo a cucinare e a mangiare? Sono bravissimi anche a capitalizzare il business che ruota intorno al cibo, lo dimostra il fervente tessuto di piccole start-up che ogni giorno provano a penetrare il mercato del food con idee originali o semplicemente cavalcando il prestigio del made in Italy.

Alla fine tanto tuonò che piovve, e a Milano si sono inventati il Seeds&Chips, il primo Salone Internazionale dedicato alle nuove realtà del settore food, dove il silicio incontra i saltimbocca, aperto alla partecipazione di chiunque, dalle mega-super-ultra-multi-nazionali a un Pinco Pallino qualunque.

Non ci si poteva lasciar sfuggire l’occasione, soprattutto a pochi mesi da Expo 2015, che farà da cassa di risonanza per aziende e iniziative legate al settore tra stampanti 3D per il cibo, agricoltura di precisione, idroponica, sistemi di cognitive cooking,  smart kitchen e etichette intelligenti, nella speranza che non vengano applicate su cibi stupidi.

Il Seeds&Chips si terrà dal 26 al 29 maggio, con i primi due giorni dedicati agli addetti ai lavori, mentre gli ultimi due aperti a tutti.

Fondamentale inoltre la Seeding Box, uno spazio in cui le giovani promesse del settore possono incontrare le grandi aziende e i potenziali investitori, per presentare i loro progetti e sperare di essere finanziati senza risultare indigesti.

Trattandosi di start-up, abbiamo deciso di procedere ad una rinfrescata su quelle che sono (o sono state) alcune della più promettenti iniziative e idee degli ultimi anni nate nel nostro Paese.

10 start up per noi possono bastare. Vediamole.

Cortilia

CORTILIA

Nata nel 2011 – a volte mi chiedo se un’azienda possa essere ancora chiamata start up dopo quattro anni di attività, ma glissiamo pure in questa sede – Cortilia nasce con lo scopo di creare un mercato agricolo online a filiera corta.

Gli iscritti al sito possono scegliere prodotti orto-frutticoli freschi, di stagione e a chilometro zero, coltivati dalle manine di agricoltori locali, presumibilmente situati nella zona limitrofa alla collocazione geografica dell’utente, e farseli recapitare comodamente a casa.

Si può optare per un mordi e fuggi di un solo ordine, oppure abbonarsi e ricevere quintali di frutta e verdura (ed altri prodotti) ogni settimana o quindici giorni, a seconda delle esigenze e del raccolto. Una gioia per chi come me comprerebbe online anche la benzina per l’auto.

Il grosso limite di Cortilia sta nella modesta copertura del territorio. A oggi le zone servite sono Milano e provincia, Monza e Brianza, Varese, Gallarate, Como, Lodi, Pavia, Novara. Praticamente il 95 per cento dei potenziali utenti italiani fa prima a recarsi al proprio mercato rionale, me compreso.

Forse per questo la chiamano ancora start-up dopo quattro anni e difficilmente riuscirà a sfondare sul mercato senza una penetrazione più capillare.

L’azienda ha comunque ottenuto lo scorso novembre un finanziamento da 1.5 milioni di euro e il suo CEO Marco Porcaro è ottimista e punta tutto sulla valorizzazione del prodotto:

“Il nostro sforzo è quello di valorizzare produttore e prodotto, creare un engagement tra chi produce e chi consuma. Una zucchina è una zucchina, ma se ti racconto la storia di quella zucchina e di chi la produce io ti faccio affezionare al produttore”.

Certo che se quella zucchina non la posso nemmeno assaggiare…

PizzaBo

PIZZABO

Quella di PizzaBo sembra la classica storia all’americana. Due ragazzi universitari, Christian Sarcuni e Livio Lifranchi, nel 2009 riflettono davanti a una cassetta della posta piena zeppa di volantini per pizza a domicilio e tirano fuori dal cilindro la loro idea: “E se creassimo noi un sistema per ordinare la pizza online da casa in tempo reale?”.

L’idea di base di PizzaBo sta in un terminale che viene piazzato nelle pizzerie aderenti al circuito: ogni volta che un utente effettua un ordine online in una della pizzerie del circuito, il terminale squilla ed emette uno scontrino con l’ordine da eseguire.

Dopo 5 anni il sito, che generava a fine dicembre scorso più di un milione di ordini su 240 mila utenti e 312 fra pizzerie e ristoranti, viene notato da Rocket Internet, incubatore tedesco che conta fra i suoi successi nomignoli come Zalando, Dalani e CityDeal, compra il 100% di PizzaBo per una cifra non dichiarata, ma che potrebbe aggirarsi fra i 55 e 5 milioni di euro.

Da precari a milionari in cinque anni, niente male.

Anche se al momento la copertura di PizzaBo sul territorio Italiano è limitata, con il supporto di Rocket Internet, già vincente sul settore del cibo a domicilio con Foodpanda, le prospettive di PizzaBo sono oltremodo rosee.

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LA COMANDA

Sempre della filosofia “se Maometto non va alla pizza, la pizza andrà a Maometto” è il Click’N’Pizza della start-up La Comanda, che enuclea il suo DNA già nel nome.

Il Click’N’Pizza è infatti un aggeggio da posizionare sul frigorifero e che con semplice click sul display vi permetterà di ordinare una pizza a domicilio. Non servono smartphone o computer, basta il vostro dito per scorrere l’elenco delle pizze ed ordinarle.

Nonostante l’azienda sia italianissima, lo strumento ha destato la curiosità di PizzaHut (sigh…) che ha deciso di far partire una sperimentazione in Canada e saranno proprio i locali Pizza Hut a ricevere le comande e a consegnare poi le pizze a casa degli affamati utenti.

La presenza dell’aggeggio sul proprio frigorifero potrebbe far scattare disturbi ossessivi compulsivi e indurre le persone a ordinare pizze a ripetizione come se non ci fosse un domani, ma il canale è biunivoco ad anche i partner potranno sfruttare il dispositivo per inviare offerte direttamente dal frigorifero dei pizzofagi, offerte che ovviamente non potranno rifiutare.

Oltre a Click’N’Pizza ed altri Click’N’Qualcosa, La Comanda offre anche Trillio, apparecchio che vi ricorderà sempre quando prendere le vostre medicine.

Dopo le abbuffate di pizze familiari ai quattordici formaggi, meglio non dimenticare le pastiglie per il colesterolo. Chissà se lo vedremo mai in Italia… per me sarebbe la rovina…

Cucina mancina

CUCINA MANCINA

Se le abitudini alimentari vi hanno sempre fatto sentire “emarginati” – o all’opposto miracolati – come i mancini, ecco allora Cucina Mancina, che può essere considerato l’equivalente gastronomico italiano del leggendario Leftorium di Ned Flanders, ovvero un luogo in grado di offrire soluzioni a esigenze e problemi culinari che solo una parte di utenti (gastrosnob o no) si pongono in termini nutritivi.

In termini più semplici, Cucina Mancina vuole offrire una community ampia e ricca per abitudini alimentari eterodosse: vegani, vegetariani, regimi alimentari con poco sodio, poco zucchero, anallergici, ipocalorici o semplicemente per chi vuole sperimentare.

Il sito è “una food community, una piattaforma virtuale che propone soluzioni creative per la comunità dei mancini alimentari, che soddisfa il gusto di persone che per motivi di salute hanno rinunciato al piacere del cibo e, allo stesso tempo, solletica il palato dei “curiosi alimentari” con preparazioni originali” come si legge nella presentazione ufficiale, ed è nato dall’idea di Lorenza Dadduzio e Flavia Giordano.

Vista l’esplosione di popolarità per le cucine alternative (passatemi il termine) Cucina Mancina ha trovato molto terreno fertile, suggerisce ai “mancini culinari” consigli, ricette e suggerimenti su cosa, dove e quando mangiare, e ha recentemente lanciato una nuova campagna di crowdfunding per creare il “mercato mancino”, con tanto di video, dove gli utenti potranno acquistare anche i prodotti.

Ora che il popolo della rete deve cacciare i soldi, vedremo se subiranno un “tiro mancino”: l’obiettivo sono 10 mila euro di finanziamento.

Guk Kim, Cibando

CIBANDO

Nata da circa quattro anni, Cibando presto sparirà. No, non è fallita, anzi: l’azienda fondata in Italia da Guk Kim è stata recentemente acquisita da Zomato, una delle emergenti potenze indiane del settore food. I punto di contatto fra le due aziende sono molti: entrambe offrono un ricco database di ristoranti, con informazioni accurate, recensioni curate dalla redazione, consigli e suggerimenti su cosa mangiare, con suggerimenti che spaziano anche oltre il cibo.

Zomato conta su un database di oltre 310.000 in 20 Paesi, cui ora si aggiungono 150.000 foto e 7.000 recensioni di Cibando. A breve, Cibando non esisterà più e verrà inglobato in Zomato Italia, realtà locale che verrà arricchita di 30-40 dipendenti nuovi fra Roma e Milano.

La differenza principale fra Cibando e Zomato è la presenza in quest’ultima di un’attivissima comunità di “fooders”, che si scambiano consigli riguardo alle loro abitudini mangerecce.

Di sicuro il modello di Zomato non spicca per originalità: viene comunemente definito il TripAdvisor indiano, ma cresce al ritmo di molte acquisizioni in diversi paesi del mondo.

Per Kim dovrebbe esserci un maggior controllo sulle recensioni, con una maggior interazione tra strutture ricettive e il sito, ma per ora i numeri che consentono questa strategia – in confronto alle cifre macinate da TripAdvisor – sono molto più limitati e sarà difficile mantenere gli stessi controlli quando il volume di contenuti generati dagli utenti diventerà massiccio.

Aprire un ristorante a casa, gnammers

GNAMMO

Gnammo è la piattaforma per il social eating all’italiana. Se non sapete (ancora) cosa sia il social eating vi dico brevemente che è la tendenza di trasformare il vostro salotto, tinello o tugurio in un ristorante, e invitare perfetti sconosciuti per farli mangiare e farvi pagare, il tutto in ambiente conviviale.

Se non l’avete ancora fatto, vi consiglio di leggere la cronaca di una serata social eating in calzini scritta dalla nostra Carlotta.

Su Gnammo si iscrive sia chi vuole mangiare, sia chi vuole cucinare, diventando “gnammers” e partecipando ad eventi o a semplici cene mordi e fuggi, comunicando online e interagendo con la comunità.

La tendenza del social eating sta letteralmente esplodendo, complice l’effetto crisi, capace di far incontrare la domanda di chi vuole mangiare fuori spendendo meno e di chi vuole inventarsi un’attività e sbarcare il lunario.

Sul social eating sono già sorti dubbi di natura fiscale, ma anche igienica, e riguardo a quest’ultimo punto vale la pena citare quello che si legge sul sito di Gnammo, rispondendo al quesito “Se qualcuno si sente male di chi è la responsabilità?”: “La responsabilità in questo caso è la stessa che hai se inviti gli amici a cena ed uno si sente male perché hai servito le cozze avariate: è naturalmente tua, ma siamo sicuri che sarai attento a quel che servi. In futuro prevederemo un assicurazione per il Cook, ma al momento non esiste.

Quello del social eating è un settore relativamente nuovo e così come sta accadendo per altri settori e altre start-up (Uber e Airbnb) non mancherà di sollevare qualche polverone.

foodscovery

FOODSCOVERY

Interessante proposta quella di Foodscovery, realtà fondata dai foggiani Fabio di Gioia e Mario Sorbo, che hanno deciso di creare quello che loro amano chiamare marketplace, in contrasto con i classici e-commerce. Nel caso di Foodscovery gli utenti possono navigare all’interno del catalogo prodotti e ordinare ciò che più aggrada, ma l’ordine verrà inoltrato ad ogni singolo produttore, che si occuperà poi di effettuare al spedizione.

Foodscovery funge quindi da “collante” fra produttori, per lo più piccole realtà locali che necessitano di ottenere diffusione per il loro marchio e le loro eccellenze, e gli utenti più curiosi ed esigenti, sempre alla ricerca di novità, chicche e prodotti di nicchia ma qualitativamente garantiti.

Foodscovery da questa prospettiva è una vetrina molto interessante, molto curata anche dal punto di vista dei contenuti, fra cui spiccano immagini e fotografie di altro pregio.

L’idea di Foodscovery è piaciuta così tanto da ottenere ingenti finanziamenti da IntesUP, l’incubatore “venture capitalist” italiano che finanzia progetti nel nostro Paese. Vi piacerebbe eh?

E’ una balla, me la sono inventata, solo per sottolineare ancora una volta la cruda realtà.

Come per molte altre start-up, ad aver messo gli occhi su Foodscovery sono state Axel Springer e TechStars, due colossi del settore rispettivamente tedesco e statunitense, che hanno convinto l’azienda a trasferirsi a Barletta? ehm no, a Berlino, per applicare il modello anche in Germania e allargarlo all’Europa.

Le verdure del mio orto

LE VERDURE DEL MIO ORTO

Originale la proposta della piccola Le Verdure Del Mio Orto: la start-up, nata in provincia di Vercelli nel 2009, vi permette di creare un vostro orto virtuale ed affittarlo per garantirvi una fornitura settimanale di verdura, a seconda del taglio richiesto.

Sembra una versione reale in remoto di Farmville, vero?

Si parte da appezzamenti da 30 metri quadri, che garantiscono circa 3-4 chili di verdure, a salire in base alle esigenze. Le parole d’ordine de Le Verdure Del Mio Orto sono km0, totale controllo sulla provenienza, freschezza, genuinità e stagionalità. L’ideale per chi ha sempre voluto un orto personale, coltivato però da qualcun altro.

Per chi non si accontenta delle verdure, è possibile adottare anche un piccola risaia per garantirsi una produzione certa di riso, scegliendo anche fra le qualità Carnaroli, Sant’Andrea e Arborio, la modalità di esiccazione, i tempi di invecchiamento e se riso bianco o integrale.

E’ infine possibile semplicemente acquistare una cassetta di prova, per saggiare il terreno.

Al momento le zone servite da Le Verdure Del Mio Orto sono ancora limitate e sebbene vengano indicate diverse regioni sulla mappa presente sul sito, non è detto che siano davvero servite.

Ve lo dico per esperienza personale. Io e molti altri interessati possiamo tornare a giocare a Farmville.

Paisan

PAISAN

Decisamente italiana ma orientata ad un pubblico tutt’altro che italiano, Paisan è una start-up di Roma che mostra quanto il made in Italy nel settore gastronomico sia un’inesauribile fonte di business soprattutto nell’export.

Il sito, in lingua inglese, offre infatti a tutti gli appassionati di cucina italiana la possibilità di acquistare prodotti tipici italiani per realizzare le ricette preferite.

Immaginate un americano che vuole farsi una bella pizza a casa, senza però usare prodotti tipo il Parmesan o la Mozarela, ma materie prima davvero italiane.

Va su Paisan, sceglie la ricetta della pizza verace napoletana, acquista il pacchetto, paga e riceve a casa nell’ordine: olive, peperoni, pomodori secchi, taralli, farina del Mulino Marino, salsa di pomodoro di Paglione, capperi, origano, acciughe, sale, olio extravergine di oliva italiano, una pale ale di Birra Karma e un limoncello al cioccolato di Paccti di Capri.

E la mozzarella? Cavoli suoi, dovrà andare di Parmesan.

Che poi chi lo riceve sia in grado di realizzarlo è tutto un altro paio di maniche, ma di sicuro il grande prestigio della cucina italiana e dei piatti della nostra tradizione sono un volano efficace per un’attività di questo tipo.

Paisan offre diversi menù fra cui scegliere, un elenco di produttori e come se non bastasse vende pure il suo merchandising dedicato, tanto per monetizzare ancora un po’.

Se la crisi in Italia morde, all’estero saranno gli amanti del made in Italy a mordere le nostre ricette.

EdoApp

EDOAPP

Chiudiamo questa carrellata con Edo, azienda che ha sviluppato l’omonima applicazione capace di trasformare l vostro smartphone in una sorta di consulente alimentare.

Basta brandire il cellulare con Edo installata, scansionare il codice a barre di un prodotto e l’app vi indicherà se il prodotto è sano in base ad un punteggio da 1 a 10, vi suggerirà eventuali prodotti alternativi più sani e vi indicherà anche eventuali allergeni nel caso in cui il vostro profilo personale contenga allergie o intolleranze alimentari.

L’idea non è male ma a giudicare dai commenti degli utenti che l’hanno provata (fra cui pure io) al momento il database dei prodotti è abbastanza striminzito e faticherete a trovare prodotti conosciuti dall’applicazione; nella maggior parte dei casi Edo manterrà il rigoroso silenzio nei confronti delle vostre domande e ad oggi la sua utilità effettiva sembra essere ridotta ai minimi termini.

L’idea però è originale e con l’aumentare del database di prodotti, l’applicazione potrebbe farsi davvero interessante, soprattutto considerando la sempre maggior consapevolezza che gli utenti vogliono avere su ciò che stanno mangiando.

Piccole grande app crescono.

Dopo questa scorpacciata di start-up italiane, due considerazioni molto brevi: il settore e il business del food sono in grado di produrre molte realtà interessanti e capaci davvero di rivoluzionare un mercato sempre più permeato dalla tecnologia.

Peccato che queste realtà e il loro fatturato, nella maggior parte dei casi di successo, siano destinate ad emigrare all’estero, come evidente dalla nostra carrellata.

Il Seeds&Chips saprà fare la differenza o sarà solo l’ennesima fiera delle chiacchiere? Ad oggi l’Italia non sembra un Paese per food start-up, non per restarci, ma la speranza è l’ultima a morire, anzi, a emigrare.

[Credti | Dissapore, Gambero Rosso, Corriere Innovazione, Corriere Bologna, Eppela, YouTube, EconomyUp, Web News, immagini: bioesisto, Time, lilimarlene]

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