di 2 Luglio 2012
Whole Foods Market, Austin, mothership

Avevo un’incrollabile certezza: per il cibo naturale e l’identità bio Whole Foods Market è il punto di riferimento. Il negozio di Londra appaga ogni desiderio: frutta, verdura, carne e dolci. Poi sono stato a Eataly Roma, altro caso di commercio alimentare più ristorazione food, e ora le mie certezze scricchiolano.

Per scegliere propongo un impudico confronto: gironzolare per il più grande degli Whole Foods Market e per il nuovissimo Eataly di Ostiense. Eppoi che ognuno dica la sua su queste arcadie del cibo, esempi virtuosi di contaminazione tra “open market” e megastore già contrapposte dal New York Times, per dire.

A sfidare Eataly Roma è l’ammiraglia della catena (“the mothership”) che si trova ad Austin, nel Texas, città da dove John Mackey, 58 anni, il fondatore di Whole Foods, ha iniziato l’avventura approdata felicemente alla quotazione in Borsa.

Aspetto generale.
Whole Foods Market occupa un piano unico, 7.400 m2 di superficie che includono commercio alimentare e ristoranti. La cui disposizione ricorda quella di Eataly, carne e pesce si mangiano in prossimità dei rispettivi reparti. Anche nei punti vendita Whole Foods esistono ristoranti comuni e altri regionalizzati (a Austin il barbecue, a Londra l’orientale). Vediamo alcuni reparti.

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Ortofrutta.
Whole Foods Market promuove aggressivamente biologico e sostenibile. E’ la sua identità peraltro controversa, i più polemici l’hanno definita “bio industriale”. Diversamente da Eataly, dove il simbolo europeo contrassegna ogni prodotto biologico, la certificazione della catena americana è “fatta in casa”, neanche il chilometro zero è preso alla lettera, i peperoni gialli provengono dall’Olanda che rispetto a Austin, Texas, non è proprio dietro l’angolo.

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L’ortofrutta costa più che a Eataly, per capirlo basta un’occhiata proprio al prezzo dei peperoni (espresso in libbre, 1 lb = 0.45 Kg), anche se Whole Foods garantisce una scelta più ampia.

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Macelleria.
Il mio reparto del cuore è quello dove le differenze culturali tra Italia e Stati Uniti si vedono di più , sia nella presentazione che nei tagli di carne. Già pronti nei banchi di Whole Foods, preparati al momento da Eataly, o pronti in vaschetta nei banchi frigo.

Da Eataly prevale la razza piemontese, Whole Foods offre una scelta più ampia e il disciplinare di produzione è stabilito dall’organizzazione no profit “Global Animal Partnership”.

Un’occhio ai prezzi, la Fiorentina, corrispondente alla Porterhouse o T-bone, costa al cambio quanto l’equivalente americana “USDA prime” e “dry aged” (“frollata”, come quella nella foto). A parità di taglio, la carne non “frollata“ costa almeno il 20% in meno. Il confronto dei prezzi è più difficile perché il Texas è uno degli stati americani dove la carne costa meno. Per esempio, dal principale concorrente di Whole Foods, il “Central Market” di Austin, le varie bistecche costano in media 3-4 $ in meno.

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Pescheria.
Discorso simile per la pescheria. Il reparto di Eataly ha un aspetto meno appariscente ma più autentico, è sempre bello vedere il pesce intero prima di comprarlo a tranci, anche se significa aspettare più a lungo. Non azzardo paragoni di prezzo perchè le differenze sono troppe. Di sicuro negli Stati Uniti il pesce viaggia molto prima di arrivare sui banchi, e non ha molto senso comprare un Moonfish (o Opah Hawaiano)  ad Austin, visto il contenuto di CO2 superiore a un frequent flyer . Certo, Eataly ha una buona selezione di ostriche francesi, ma almeno sopra i banchi della pescheria non ci sono 5 metri di cartellone con la scritta “Sustainability”.

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Birreria.
Il reparto delle differenze tra due filosofie. Eataly propone solo birre artigianali in larga parte italiane, mentre nel punto vendita Whole Foods le birre sono di ogni tipo, principalmente americane. Persino in Texas fioriscono i micro-birrifici, la catena americana ne promuove alcuni ma il rivale “Central Market” fa di più e meglio. Agli appassionati di birra più aggiornati con le ultime tendenze forse Whole Foods non piacerebbe granché.

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In conclusione.
Le principali differenze tra le due catene dipendono chiaramente dal Paese d’origine, ma nella diversa interpretazione del concetto di “food bazar” conta anche la filosofia dei due fondatori. Biologico e sostenibile sono la bandiera di Whole Foods, decisamente meno il piccolo commercio. Anzi, confrontati con quelli di Eataly i prodotti reperibili tra gli scaffali della catena americana provengono da aziende enormi. Non è tanto una questione di nicchia o scoperta delle produzioni artigianali più meritevoli. In realtà, la vera forza di Whole Foods è tipicamente l’enorme scelta, a volte anche fine a sé stessa, vedi quando include prodotti reperibili ovunque.

Non mancano le similitudini. Sono entrambe metropoli del gusto dov’è possibile (e anche confortante) spendere interi pomeriggi. Per curiosare tra i reparti, mangiare e ovviamente comprare. La spesa di tutti i giorni per esempio, anche in base alle diverse abitudini: da Whole Foods prevale l’asporto, si acquista il piatto pronto e lo si riscalda in ufficio o a casa. Da Eataly, viceversa, si comprano gli ingredienti per cucinarli. I due colossi sono allineati anche nei prezzi, mediamente più alti rispetto ai comuni supermercati, anche se nell’ortofrutta Eataly, più che Whole Foods, ha prezzi paragonabili alla grande distribuzione.

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Non c’è dubbio che Eataly abbia messo in discussione il primato di Whole Foods, così come la sua identità bio abbastanza artefatta, malgrado una possibilità di scelta ancora superiore. Chi di voi conosce Whole Foods Market? Chi ha fatto la spesa nei negozi di entrambe le catene? E che idea vi siete fatti dopo questo confronto?

[Crediti | NewYork Times, Whole Food Market, Dissapore, Wikipedia]