di Cristina Scateni 23 Gennaio 2013
camerieri

Il cameriere è un essere umano indecifrabile. Molti hanno cercato di classificarlo o di attribuirgli dei tratti che potessero distinguere il cameriere bravo da quello incapace, uno buono da uno cattivo. Altri hanno provato persino a stilare una lista delle caratteristiche che dovrebbe avere. Il cameriere ha un algoritmo così complesso, cha fa diventare la catalogazione o il calcolo inutili.

Dopo una recente esperienza in alcuni nuovi posticini della capitale, dove allo splendore del menù rispondevano camerieri bizzarri e impreparati, e dopo che ieri si è parlato di clienti impossibili, ho deciso di stilare un elenco dei casi più estremi di cameriere che non dovrebbero mai esistere.

Passavo di qua per caso.
Si presume di trovarlo solo nei ristoranti che poco curano l’aspetto dell’accoglienza. Spesso si rifugia nei “Sapore di mare”, “Rimini”, “Bella riva”. Si muove esitante e fornisce risposte formattate o vaghe. Il suo mantra è “Vado a chiedere in cucina”, lo abita l’odio per l’indeciso che chiede a lui un consiglio. Lui non ha consigli per nessuno. Non sa dove si trova, spesso ti dà del tu. Può essere giovane, ma anche attempato. Una sorta di uomo sportello delle poste nel regno del ristorante. Vago, ma sereno. Non ha mai mangiato fuori, mai visto quindi un collega. O se pure gli è capitato, non si è mai dato la pena di osservarlo per capire, imitare, criticare. Scrive lento, ha una scarpa sciolta. Non si ricorda mai di riportare l’acqua, sebbene gli venga chiesta più volte.

Io qui sono sprecato.
Non riconosce la professione del cameriere, la trova frustrante. Non si sente appagato dalla vita. Nel più generico dei casi è uno studente universitario che arrotonda, ma può nascondersi anche nel lavoratore che pensava di fare un attimo il cameriere e poi trovandosi, è rimasto. Risponde veloce e sgarbato, mette le dita nel piatto, non conosce il menù dei dolci anche se è lo stesso da anni, se lo appunta sul retro del blocco delle comande. Sbuffa e lascia cadere la forchetta sopra le ginocchia. Più siete rissosi più troverete la rissa. Discute e vi dice che no, non c’è la bistecca, tamburellando con le dita in attesa che scegliate il piatto di riserva.

Simpatico umorista.
Vi accoglie con sincera ilarità, vi elenca a memoria l’intero menù dandovi numerosi consigli e facendovi diventare parte delle sue vicissitudini personali: la comunione del figlio, il mezzo chilo di bovino che si è mangiato un’ora prima, la moglie petulante. Che forse è in cucina. Diventate amici anche, vi batte grandi pacche sulla spalla. Di solito i suoi consigli sono sbagliati, perché non riesce a prescindere dalla sua esperienza personale. Strizza l’occhio alla vostra signora. Ma si dimentica presto di voi. È l’uomo degli inizi, a metà cena voi non ci siete più. Così quell’amicizia tanto promettente, prima di fine serata è destinata a scoppiare.

Il proprietario travestito.
Non dichiara subito la sua identità, vuole capire prima chi siete. Vi consiglia il piatto del giorno, è educato e gentile. Ma se lo guardi bene, in fondo ha un occhio tremante. Quando vi vede scattare una foto al piatto, impallidisce e si appoggia di riflesso al carrello dei dolci. In cucina è collegato con TripAdvisor 24 su 24. Di notte quando nessuno lo vede, sogna di incontrare Gordon Ramsay in “Cucine da incubo” e scrive recensioni atroci dei ristoranti vicini di casa.

Il professionista acrobata o Gino Bianco.
Lavora nel ristorante classico. Grandi specchi alle pareti, lampadari enormi, fotografie di chi è passato di là appese ai muri. Ha visto passare Cavour, è distinto e pallido. La sua divisa bianca è lisa ma pulita e ordinata. Ha un consiglio del giorno sempre, si spertica in mosse acrobatiche da capogiro. Non vedrete nessuno dopo di lui portare con tanta disinvoltura venti bicchieri nel vassoio o sei piatti tutti insieme. Fa orario fisso da quarant’anni, odia l’innovazione, non vi cambia le posate perché è uno spreco. Porta di default una naturale e una frizzante, la stappa con la forchetta. Lo chiamano Gino Bianco. Gino perché è il suo nome, Bianco perché è vestito così da sempre. Anche a casa.

Di tutti questi Gino Bianco è il mio preferito. Lo porterei a dormire insieme a me, facendomi carezzare la testa. È un po’ in disuso, lo so. Ma io lo apprezzo ugualmente tanto. Mi astengo dal descrivere tutti i bravi professionisti che hanno compreso a pieno la loro professione e mi lancio in un accorato appello.

Dico a te, cameriere bravo e competente. A te che ami fare il tuo lavoro, che ne riconosci il valore fondamentale, che ti senti parte di un tutto, che muovi i desideri delle persone, le vedi tornare, le saluti con cortesia. A te che sei meglio di un confidente, uno pseudo corteggiatore, un amico stretto. Tu che conosci i miei gusti o cerchi di indovinarli, che compari al momento giusto, che ti muovi agile, che mi porti l’acqua e il pane, che se alzo lo sguardo incontro il tuo, che mi fai andare via felice di averti incontrato e di aver pagato.

Io ti amo. Diffondi la tua parabola e riproduci te stesso in mille mila copie.

Chiudo con uno degli scambi migliori. Mi è capitato sabato e mi ha mosso la voglia immediata di scrivere il post. Luogo carino, anche leggermente pretenzioso. Io: “Mi scusi, sto aspettando da 40 minuti l’hamburger, potrebbe verificare per favore a che punto è?”. Lui: “Certo che anche voi, a chiedere la cottura media, di sabato, con tutta questa confusione. Uno ordina com’è nel menù”. Io: silenzio. Con una punta di dispiacere. Per lui.

Ecco qua quindi: il cameriere è servito.

[Crediti | Link: Dissapore, immagine: Guardian]