di Sara Porro 13 Settembre 2013
corrida

[Avviso: prima di commentare, controllate se vi si è formata della schiuma agli angoli della bocca. Abbiamo installato il filtro antirabica].

Quando ho scritto di Orsone, il nuovo ristorante friulano di Joe Bastianich, ho segnalato in fondo al post di essere stata ospite. E se mi aspettavo commenti diffidenti in stile “soliti blogger che non pagano mai“, l’autentico livore di altri interventi mi ha lasciato un po’ perplessa – come nel caso di chi si è riferito al mio posteriore come a “chiappette” portate in Friuli per “una cena a scrocco”.

Qualcun altro sembrava non avere chiaro chi, precisamente, mi avesse invitato: le mie amiche, forse? (Fosse stato così, non lo avrei ovviamente precisato!).

Quello che è successo, invece: l’ufficio stampa di Orsone mi ha contattato invitandomi a provare il ristorante, come ospite. Come ha fatto con me, così ha fatto con altri giornalisti del settore (quindi, sì: anche le altre segnalazioni che avete letto in giro…). È pratica comune: moltissimi ristoranti di fascia media e alta hanno un ufficio stampa e PR. E prima che cominciate un commento dicendo “Se questo fosse un paese normale…”, vi preciso che è così ovunque, nel resto d’Europa e negli Usa.

È una pratica che pone dei problemi dal punto di vista dell’etica giornalistica? Sì, certo. Per anni mi sono occupata di ufficio stampa nel settore del cibo, seguendo anche le PR di ristoranti. Progressivamente, ho rinunciato a questi incarichi quando ho cominciato a scrivere di più in questo ambito (come si dice, in Italia se non c’hai il tuo conflitto di interessi non sei nessuno).

Con cognizione di causa, posso quindi affermare che i giornalisti che rifiutano per ragioni deontologiche gli inviti al ristorante sono pochissimi: in generale (con ampie eccezioni) i più riottosi sono i critici gastronomici in senso proprio, in particolare delle guide. Il più vocale nel considerare questa pratica inaccettabile è il critico gastronomico del Corriere del Milano, Valerio M. Visintin: non siamo mai d’accordo su nulla (per dirla tutta, una volta mi ha preso in giro per la mia erre, quindi siamo nemici giurati), ma rispetto profondamente la sua linea di condotta.

Sarà forse ovvio, ma vediamo dove nascono i problemi quando un giornalista viene invitato al ristorante. Primo: si ha una visione migliorata del ristorante e della sua cucina. Se è vero che nessuno chef diventa bravo grazie alla presenza di un giornalista, difficilmente però lascerà uscire piatti sbagliati, dimenticati sul pass e ormai fuori temperatura, o raffazzonati.

Il servizio, invece: quando vado al ristorante da cliente qualsiasi, è spesso la sala a fare la differenza nella mia decisione se tornare o meno. Scortesia del personale e tempi lunghi di attesa sono gli incidenti più frequenti. Andando in un ristorante come ospite, è quasi impossibile che queste cose accadano.

È pur vero che un giornalista serio queste cose le sa. E ci fa, più o meno consapevolmente, la tara. Sa di visitare un ristorante nella sua versione perfezionata: al massimo del suo potenziale.

E per questa visione parziale, basta essere riconosciuti – non è nemmeno necessario non pagare il conto! Essere invitati dal ristorante complica ulteriormente le cose. Anche se un buon ufficio stampa dichiarerà che il suo unico interesse sia “far provare” il ristorante al giornalista, il funzionamento del meccanismo è chiaro a tutti: spera in una recensione favorevole.

Non pretendo certo di rappresentare una categoria, perciò parlerò di me: sono completamente indifferente a questo? No, opera su di me un meccanismo psicologico per cui avverto il desiderio di poter reciprocare. Finisco per essere più generosa nei miei giudizi? Faccio il possibile per evitarlo. 

E allora perché accetto gli inviti ai ristoranti? Andrò con la risposta onesta: scrivo di cibo perché è la mia grande passione. Spendo da sempre una percentuale importante del mio reddito per mangiare fuori. Avere l’occasione di visitare un ristorante che mi interessa provare, o dove sono già stata e che amo, senza rompere il porcellino è uno dei benefit del mio lavoro.

Non è tutto qui, però. Per chi si occupa professionalmente di gastronomia, visitare molti ristoranti è una parte fondamentale del lavoro. Non si può scrivere con competenza di cibo senza avere numerose esperienze gastronomiche sotto la cintura. Così, pur continuando a pagare di tasca mia la stragrande maggioranza dei ristoranti che visito, mi capita di accettare gli inviti.

Altro argomento utilizzato di frequente: chi non paga il conto non sarebbe in grado di giudicare un punto fondamentale dell’esperienza del ristorante, ovvero il rapporto qualità/prezzo. Ma sotto questo specifico rispetto, c’è poca differenza tra l’invito del ristorante e il rimborso da parte della testata o della guida: in nessuno dei due casi si spendono i propri soldi.

C’è chi lo fa: Passione Gourmet, ad esempio. Una squadra accomunata da passione per la cucina di ricerca, abilità nel restituire sulla pagina l’esperienza di una cena, e… senza voler fare i conti in tasca, ottime capacità di spesa. Portando agli estremi il ragionamento, questa dovrebbe essere l’unica posizione del tutto sostenibile dal punto di vista della deontologia: lasciare ai ricchi il giornalismo gastronomico, oppure de-professionalizzarlo e metterlo nelle mani della ggente – che nel nostro settore vuol dire affidarsi a Tripadvisor.

Nemmeno un post monstrum come questo può bastare per definire i contorni della questione, e la conclusione sarà allora necessariamente provvisoria, ma va più o meno così: la responsabilità principale che io ho quando scrivo è verso il lettore. Per questo faccio uno sforzo consapevole di onestà intellettuale, che passa anche dal fornire a chi legge un’informazione di contesto precisando se ho pagato di tasca mia, o se sono stata invitata.

Tocca al lettore, a quel punto, decidere cosa fare di ciò che ha letto. Ira verso le mie “chiappette” inclusa.