di Adriano Aiello 8 Febbraio 2013
Ivan, piange, Masterchef

Saranno sottigliezze da sociologo dei media, sarà una digestione un po’ lenta, o un rigurgito critico, ma il momento in cui, nella puntata di ieri sera di Masterchef, Ivan è esploso in un piano di fronte a un suo fallimento, ha messo la trasmissione di fronte a un bivio. E si è scelta la strada sbagliata. Quella di spettacolarizzare oltre il dovuto l’emotività del concorrente, dargli una pacca sulla spalla, eliminarlo dal programma, richiamarlo appena varcata la porta e donargli il grembiule nero del purgatorio.

È sbagliato perché lo show cade nel ricattatorio e mette in imbarazzo lo spettatore che accetta la manipolazione, ma solo entro un certo livello. Almeno la cosa vale per me. Il mio piccolo e fastidioso Aldo Grasso interiore infatti mi suggerisce che se l’emozionalità sbandierata, esposta e cannibalizzata è la materia pulsante di tutta la televisione di intrattenimento nazionale, i talent show ne fanno un uso basilare, accanto all’elemento thrilling, che è la spina dorsale del programma. Ma devono stare molto attenti.

Tutti accettiamo un compromesso di stupore infantile per quelle cose tipo inquadro uno e faccio uscire l’altro, dico il vincitore dopo il break pubblicitario e tutto il campionario di suspance facile facile. Il modello più vicino sono le serie tv d’azione e i loro cliffhanger: inganno e affabulazione, come in una vecchia puntata di Prison Break. Se lì, uno che era legato si è liberato la scena dopo, a Masterchef uno che ha prodotto il “mappaSSoune” definitivo muore (televisivamente) e resuscita.

Diciamo che l’equilibrio tra i due elementi è la garanzia della qualità di un programma del genere, ma non del successo, visto che al pubblico pare piacere in ogni caso – ma l’asserirlo con troppa certezza trasforma l’opinione in un’esibizione di snobismo. Qualità che finora è esistita in Masterchef, al di là delle nostre passioni gastronomiche, delle eventuali idiosincrasie personali per il format o della sua “etica”, sbilanciata verso l’idea o “faccio il cuoco ora o la mia vita è un inutile susseguirsi di drammi, tristezze e svuotamenti di significato e di ambizioni!”.

Vedremo cosa succederà ora, ma da spettatore dico che l’equilibrio proficuo tra regole dello spettacolo e contenuto del format hanno garantito sinora un programma in bilico ma piacevole, su cui ridere e dibattere con leggerezza.

Ma se si cade (consapevolmente o no) al di là del muro della dignità ci si fa male, perché al Re cadono i vestiti e il volgare ingigantimento antropologico di questa nostra nazione disastrata esplode in tutta la sua asfissiante invadenza. E, almeno io, rimango turbato e irritato.

[Crediti | Link: Dissapore, Wikipedia, immagine: TvBlog]