di Carlotta Girola 23 Luglio 2015
Jamie Oliver

Ogni volta che Jamie Oliver si mette ai fornelli un uomo culinariamente normodotato muore.

Senza contare che in Italia lo stillicidio sale a ben tre unità. E questo non tanto per questioni salutiste, ma solo ed esclusivamente per puro avvelenamento del palato.

Che non lo apprezzassimo particolarmente lo sapete, avevamo già lanciato una provocazione con retrogusto di minaccia, ma non è servito a granché.

Accade che ieri arrivo a casa dal lavoro, stanca ed affamata, e ho la malaugurata idea di accendere la tv come sedativo da sottofondo. Invece, a catturare la mia attenzione è la musica di “Buffalo Stance” di Neneh Cherry ripresa pari pari dagli anni ’80 e trasformata in jingle; poi mi accorgo del suo faccione (un po’ imbolsito, diciamolo) e inizio a macinare dell’odio nei confronti del suo doppiatore italiano che pare recitare (male) la parte del

“è tutto buonissimo, wow, yeah, figata!”

Mi siedo e mi godo lo spettacolo folk inconsapevole (almeno spero) di un uomo che riesce a catapultare decine di ingredienti diversi e senza nesso logico nella stessa padella per poi definire la ricetta “semplice e gustosa”.

Semplice? Come può essere semplice un piatto con (in ordine sparso): lime, coriandolo, carne di maiale, zenzero, peperoni in agrodolce, funghi freschi, noodle e aceto balsamico?

Ma in assoluto il mio picco d’odio incondizionato viene raggiunto quando Jamie Oliver dichiara l’ispirazione italiana di una sua ricetta.

Pasta pesto

PASTA PESTO???

Tacchino tonnato, Jamie Oliver

TACCHINO TONNATO???

Carbonara al chorizo

CARBONARA AL CHORIZO???

Ita-cosa? Ma questo come si permette? Ma questo in Italia ci ha mai mangiato? Ma questo in quale parte del suo cerebro partorisce tali obbrori gastronomici?

Non ho risposte a queste domande, e nemmeno riesco a dire perché le sue ricette in 15 minuti mi tengano incollata allo schermo facendomi perdere la fame.

Tornando all’incattivimento contestualizzato, ieri il nostro eroe nel suo quarto d’ora di celebrità su La Effe mi ha rovinato la cena con dei fusilli al ragù di salsiccia serviti (udite, udite) su un tagliere di legno, manco fossimo in barca a vela in mezzo all’oceano.

Nella sua preparazione ragionata del piatto è riuscito a infilare (anche qui in ordine sparso): peperoni sott’olio, aglio, pomodoro, quattro salamelle cotte sulla bistecchiera e appoggiate sopra il sugo all’ultimo istante, aceto balsamico, rosmarino e cipolla.

Ora che il mio sfogo volge al termine, voglio lanciare una petizione per la difesa della cucina italiana dagli attacchi biechi e squinternati di tale Jamie Oliver, cuocastro a cui mancano connessioni neuronali davanti ad un robot da cucina.

Vi prego, firmate senza remora e sarete attivi fautori della cucina senza rivisitazione oliveriana e anche della liberazione di Neneh Cherry dalla schiavitù del jingle.

[Crediti | Link: Dissapore, Jamie Oliver]