di Giorgia Cannarella 1 Ottobre 2013
Menu senza prezzi

Nei pochi giorni in cui Guido Barilla commette l’epic fail che gli aliena le simpatie di omo(ed etero)sessuali in tutto il mondo e la Presidente della Camera Laura Boldrini prende posizione contro le pubblicità sessiste arriva Tea, una brillante blogger statunitense ad accusare i ristoranti italiani di “atti indegni” e di “schifoso fascismo sessista”.

Cosa è successo? Il cameriere le ha palpeggiato il sedere? Il proprietario le ha regalato un busto di Mussolini? Lo chef si è stupito che abbia ordinato coda alla vaccinara perché “non è un piatto da donne” (storia, ahimè, realmente accaduta)?

No. Le hanno consegnato un menu senza prezzi.

Tea è una delle firme più raffinate e autoironiche del sito Vice: nata in Croazia ma cresciuta negli Stati Uniti. E il resoconto della sua esperienza, oltre a essere esilarante, ci ributta nelle pericolose pastoie delle differenze di genere al momento di sedersi a tavola.

Riassumiamo. Tea e il fidanzato (americano anche lui) vanno a cena in un ristorante del centro di Verona. Lei apre il menu e di fianco ai piatti non trova neanche una cifra.

“Mancava qualcosa, e non mi riferisco alle pietanze senza glutine. ‘Non ci sono i prezzi!’ ho esclamato. Dopo aver controllato il menù, il mio fidanzato ha cautamente risposto ‘Tesoro, non prendertela, ma questo è un ristorante vecchio stile, e i menù coi prezzi li danno solo agli uomini’ “.

Il suo stomaco progressista si chiude, ma decide di dare un’ultima chance al ristorante e chiede la carta dei dolci. Anche lì, nel suo menu niente prezzi – presenti, invece, in quelli del suo commensale. A quel punto si rivolge al titolare, spiegando piccata che pagherà lei il conto per entrambi, e che quindi vuole sapere quanto abbiano speso, visto che non ha potuto scoprirlo dal menu. Segue spassoso botta e risposta.

— “È un riguardo che abbiamo nei confronti delle signore, perché non debbano badare ai costi!”

— “Forse era così quando le donne non potevano guadagnarsi lo stipendio. Ma ora possiamo, io posso, e guadagno, perciò insisto. Quanto le devo? Ad ogni modo, persino se fossimo nel passato, sarebbe stato segno di riguardo darmi il menù coi prezzi, dato che paga lui, così da poter scegliere il piatto più caro!”

— “Senza aver minimamente capito le mie intenzioni (o la mia battuta) ha insistito: ‘È una tradizione italiana’ “.

— “Giustificare tutto con la tradizione è da codardi e ignoranti” ho urlato mentre indietreggiava”.

Che quello del conto al ristorante fosse un annoso problema, in cui emancipazione femminile e cavalleria maschile non sempre riescono a conciliarsi, già si sapeva, tanto che in un vecchio post dedicato al ristorante Arnolfo ci pensò la nostra editor Sara Porro ad accendere la discussione definendo la doppia versione dei menu “una biasimevole e anacronistica abitudine da abbandonare quanto prima”.

Eppure c’è chi rivendica fieramente il diritto di offrire la cena, e considera il menu rosa un gesto di buon gusto, forse un po’ datato, ma delicato e apprezzabile.

Esageriamo noi a suonare la sirena femminista per le donne che nella pubblicità recitano solo il ruolo di casalinghe servizievoli e cuochi amorevoli – le stesse donne che al ristorante si fanno lietamente offrire la cena, anche perché impossibilitate a pagarla loro stesse?

O sarebbe invece tempo di sbarazzarci delle (italiche) abitudini che continuiamo a perpetuare in nome della “tradizione”?

[Crediti | Link e immagine: Vice]