di Adriano Aiello 20 Settembre 2013
Oscar Farinetti

Aperture abusive, applausi abusivi, endorsement politici abusivi, abusi culinari abusivi;

tanta voglia di ricominciare abusiva.

Cacio e pepe sovraprezzate, mozzarelle gelate, lavori in corso truccati che paiono lavori in corso terminabili; il lievito madre del panificatore è coollissimo.

Gelati e piadine, torroni e tortelli, il vino d’annata, una birra artigianale

Eataly sì, Etaly no, Eataly bum, la mattanza impunita.

Puoi dir di sì puoi dir di no, ma questa è la vita.

Prepariamoci un supplì a 2.50€, o rechiamoci alla pescheria: c’e’ un commando slow che ci aspetta per alleggerirci il portafoglio un po’.

Tranquillo Farinetti, non mi denunciare! Sono un tuo fan e la parafrasi de La terra dei cachi è diritto di satira. Anzi facciamo così, mi spiego meglio: sono un fanatico del cibo, un avido e compulsivo ingurgitatore di pane, pizza, pasta e fritti. Ho il pallino del vino e un certo disincanto per l’alta ristorazione, a cui preferisco i godimenti da trattoria.

Insomma ho il profilo dell’entusiasta di Eataly. E in effetti la versione torinese e quella abnorme romana generalmente mi piacciono. Mi ci perdo, mi abboffo; trovo molte cose buone nello stesso posto e potrei passarci le giornate, anche se infastidito da quell’hipsterismo indomito che mi fa guardare con sospetto intorno.

Poi c’è quella voce interiore che mi fa pensare che non tutto l’oro di Eataly brilla, anzi che se metto a tacere la pancia e attivo le sinapsi del cervello mi faccio alcune domande che vedo di sintetizzare.

I prezzi: risparmiamoci la messa del “investiamo sempre meno in cibo di qualità e i pochi soldi che abbiamo li usiamo per orpelli tecnologici e amenità varie”. Al netto della retorica slow, quattro supplì a 10€ nella friggitoria sono una ladrata e Puntarella rossa aveva ragione a affossare la cacio e pepe a 20 euro.

Il reparto pescheria è inavvicinabile, come tanti prodotti di livello con sovraprezzo eccessivo, tipo la farina Mulino Marino a 3,40 € al kg. Per non dire dell’angolo utensili che sfoggia prezzi degni dell’emporio dell’emiro del Brunei. Pure per fare le pentole di qualità è necessario il km zero?

Eataly Roma, scaffalifriggitoria-Eataly-Roma-820x5462a

La qualità non è sempre quella che dovrebbe: L’ortofrutta mi pare sopravvalutato. Mai quanto la mozzarella di Roberto Battaglia (maestro indiscusso) che paga cara le regole dell’immediatezza e del consumo in loco. E chi conosce l’originale sa quanto differisce dalla versione romana. Per non parlare delle mozzarella di altri caseifici tenute gr0ssolanamente in frigorifero.

La pizza del panificio due volte su due era scondita e non vale molte delle pizzerie a taglia che dettano i tempi del mangiare di strada nella capitale.

L’angolo della pasta non fa gridare al miracolo, anzi, registriamo che non è fatta in loco.

Il ristorante Italia non spicca il volo e tutto il resto della ristorazione deve fronteggiare l’abbandono recente e contestuale di Massimo Sola, del suo sous chef Matteo Limoli e del direttore Gerome Bourdezeau.

Cantieri, puzze e simili: L’impatto con Eataly Roma è letale, tra la dimensione di eterno cantiere e la zaffa di fritto che ti avvolge con virulenza.

Dentro un certo spaesamento è inevitabile ma i passaggi sono proprio stretti. Non consiglierei il passaggio tra due arie contigue a chi soffre di claustrofobia. Ma poi è davvero necessaria questa imponenza della struttura? Siamo sicuri che esaurita l’onda lunga della curiosità si possa tenere in piedi un gigante del genere con la sola fidelizzazione della clientela? O con la curiosità dei turisti?

Mi rimane un dubbio. Ovvero se ho centrato lo spirito della rubrica; la mia è davvero un’opinione impopolare?

C’è un pensiero sotterraneo e oppositivo a Eataly che monta indomito. O meglio, quello maggioritario è silente: è quello di chi non ci va proprio perché non sa che esiste, non gli interessa, fa la spesa con abitudine, fatalismo e istinto di sola sopravvivenza; compra le cose al discount, o comunque al supermercato e della territorialità non sa che farsene. Non è a coloro che mi rivolgo visto che probabilmente non conoscono nemmeno Dissapore.

Poi c’è chi fa le pulci a Eataly perché come dice qualcuno in Italia non è ammesso avere successo e ora è tempo che Farinetti paghi la sua intraprendenza e la sua abilità con attacchi anche eccessivi.

Ma fuori da questa dicotomia c’è tempo per ripensare un modello che deve affrancarsi degli aspetti più deteriori della retorica slow e non farsi fagocitare dal voler strafare.

O no?

Voi con chi state?

In precedenza:
Opinione Impopolare – I giornalisti che non pagano al ristorante sono comunque meglio di Tripadvisor.

[Crediti | Link: Puntarella Rossa, immagine di copertina: Serena Eller Vainicher, courtesy by Settembrini]