di Giorgia Cannarella 20 Novembre 2013
Parole da rottamare

Dannato Renzi, dannata rottamazione. Ormai non si riesce più a pensare al “superamento” senza scomodare il suo trademark. Va da sé che quando, qualche giorno fa, si disquisiva sul termine foodie, abbiamo pensato di estendere la pratica a tutte le parole gastronomiche a cui dare il benservito. Sono ancora capace di sfoggiare sinonimi, mi sento così orgogliosa!

Mentre “selfie”, l’autoscatto con lo smartphone, diventa parola del 2013 per i lessicografi della Oxford University, ne siamo profondamente orgogliosi da “early adopter” (22 luglio), rieccoci a interrogare dieci espertoni italiani di cibo, tra giornalisti, chef e foodblogger per scoprire quali sono le parole, le espressioni e i modi di dire capaci di irritarli oltremisura.

Tutte quelle parole che non vogliamo più vedere nel menù, leggere sulle recensioni, sentire nei discorsi a tema cibo.


ANTONIO SCUTERI, giornalista di Repubblica


Nei menù dei ristoranti: Il nostro…, Il mio…, Il suo…; i vezzeggiativi-diminuitivi; i puntini di sospensione; i piatti con nomi di fantasia, che obbligano a chiedere al cameriere di cosa si tratta; la declinazione di…; la carta delle acque.

Poi: molecolare, destrutturato, texture, apericena, il termine gastro usato come prefisso di parole diverse da gastrointestinale e gastroenterologo, hipster applicato a un locale o a un cibo, km 0, concept, comfort food, coccole, location, esclusivo, nota di…, commovente, prelibatezza, decorazione.

Più di tutti, però, show cooking e food expert.


VALERIO MASSIMO VISINTINcritico gastronomico del Corriere della Sera


Per redigere l’elenco dei termini che mi fanno rabbrividire non basta un post su Dissapore. Ci vorrebbe una testata monotematica da aggiornare quotidianamente. Quando il linguaggio si corrompe sino a questo punto, però, è segno che la malattia è giunta a uno stadio troppo avanzato. Il sogno di redenzione è una causa persa. Anzi, mi arrendo e mi unisco al coro. E difatti vi sottopongo l’anteprima della mia prossima recensione:

“Ho trovato la cacio e pepe definitiva nella sala assolutamente cool dello chef bistellato Baldan Bembo del Gufo Guercio di Albezzano. Intensa nel suo gusto ancestrale e nel ridondante gioco di consistenze. Un piatto goloso al top, che marca lo stile di una cucina contemporanea capace di cogliere i saperi dei sapori. Altre perle di questo artista che coniuga poesia e sapidità sono le variazioni sulla golosa focaccia non focaccia a lievitazione naturale. E che dire della mineralità capillare del baccalà mantecato in foglia di amianto sferificato e cotto a bassa temperatura? Una full immersion gourmet da cappottamento. Dalla cantina, scelte enoiche e birrarie di livello. Il conto? Non lo so, perché ho detto che sono del Corriere e me l’hanno offerto. Da tornarci!”.


PAOLO MARCHI, giornalista, inventore di Identità Golose


Fare un’esperienza. Guancia e guancetta. Prezzi onesti.


MARIACHIARA MONTERA, foodblogger, inventrice delle Foodie Geek Dinner


Gastrofighetto, contrappunto acido, la cucina della nonna, non vi resta che provarlo, gustoso.


MARCO BOLASCO, critico gastronomico, direttore di Slow Food Editore


Piatto da urlo (nun se po’ senti’). Spume e spumette (tipica di chi non conosce e per questo stigmatizza nuove tecniche di cucina).


GIANLUCA BISCALCHIN, illustratore, scrittore e novello ristoratore


Texture, piatto molto “interessante”, gioco di consistenze, umami, salinità.


ELISIA MENDUNI, giornalista e foodblogger della Gazzetta Gastronomica


Non sono allergica alle parole nello specifico. In generale, sono contraria a tutto quello che va oltre un minimalismo comunicativo ed essenziale. Vorrei che, intorno ai piatti, ci fossero poche interpretazioni e pochi ornamenti.


CARLO SPINELLI, Dottor Gourmeta e inventore del Mangiadischi


Tristellato o bistellato, antichissimo. E qualsiasi paragone con il calcio, che fa molto anni ’90.


BOB NOTO, fotografo


Nei menù: pane e coperto, attesa 30 minuti, solo per l’intero tavolo, l’uso dell’asterisco, i diminutivi.

In generale: naturale, barbabietola, km 0, “mio cugino … “.

Creativo e geniale se usati a sproposito (in pratica quasi sempre).


NIKO ROMITO, chef tre stelle Michelin


Rivisitazione: del territorio, o della tradizione. Lo dicono anche di me, e mi infastidisce non poco.

Che ne dite? Ci uniamo anche noi, matita rossa e blu sull’orecchio, alla *golosa* mattanza? (Ops, golosa è altissima nella mia classifica delle parola gastronomiche da rottamare).