di Martina Liverani 30 Gennaio 2014
Simone Rugiati nello spot Coca Cola

Ieri quasi cadevo dalla sedia quando ho letto il titolo di un post di Slate che decretava La Morte della Cucina Italiana. Niente male dopo l’attacco del New York Times al nostro olio, creativo quanto volete, ma sempre attacco. Che sarà mai successo, mi son detta?

Gualtiero Marchesi ha fatto di nuovo gli hamburger di McDonald? Marco Bianchi ha preso la stella Michelin? Simone Rugiati ha avuto la laurea ad honorem all’Università di Scienze Gastronomiche? Niente di tutto questo.

E allora?

Leggo attentamente ciò che scrive Jennie Marshall e capisco che il requiem in memoria della cucina nostrana nasce da un episodio accadutole qualche anno fa in una pizzeria di Roma.

(inizio dell’episodio) Il cameriere ha chiesto al figlio dell’autrice se volesse una Coca Cola, da bere assieme alla sua pizza (fine dell’episodio).

Ma come? I bambini italiani bevono la Coca Cola? Si chiede stupita lei.

Non bevono chinotto, gassosa, gingerino? Non fanno merenda con il pane e formaggio di malga, o con la marmellata di ciliegie di Vignola?

No, quasi mai. Le rispondo ad alta voce, come se potessi davvero parlare con lei.

E stanno diventando sempre più obesi, se proprio lo vuoi sapere. Continuo.

Cade dalle nuvole, lei.

Che si credeva, che qua da noi fossimo tutti tesserati SlowFood?

I bambini italiani odiano le verdure, come tutti i bambini del mondo. E, peggio, non credere, signora giornalista americana, che i bambini italiani si nutrano di cibo biologico o coltivato direttamente nel terrazzo. Ben che gli vada c’hanno la mamma foodblogger, e fanno merenda con le cupcake alla glassa di mandarino.

Si, mia cara scrittrice, proprio come i bambini americani, anche quelli autoctoni italiani mangiano schifezze. E non acquisiscono, per ius soli, uno speciale metabolismo settato di default sulla dieta mediterranea. Se pasteggiano a Coca Cola, tutti i giorni, tutto il giorno, ingrassano come i vostri, di bambini.

Nel pezzo si procede a elencare una serie di esempi a supporto della tesi del dichiarato decesso della cucina italiana:

— il Ministro dell’Agricoltura italiano che posa con il grembiule di McDonald’s il quale si erge a paladino del Made in Italy con una serie di menu a base di prodotti italiani (ricordate?),
— la pubblicità del Mulino Bianco che stereotipizza la famiglia bucolica per vendere biscotti industriali,
la Coca Cola che si propone come bevanda a tutto pasto.

Che è la versione dell’Apocalisse per la giornalista che firma il pezzo. E a pensarci bene, guardandoci da fuori, la situazione fa proprio ridere.

Allora, continuando la lettura, mi sento prudere la coda di paglia e sbotto. Se voi americani poco informati avete l’idea che l’Italia sia una nazione ferma agli anni sessanta, dove le nonne preparano la crostata tutte le mattine e i bambini bevono il tamarindo, allora ve li meritate gli spaghetti alla bolognese!

Però poi, alla fine del pezzo è come se mi sentissi chiedere: ma come hai potuto farlo?

Vivi in una nazione che è un giacimento di prodotti buoni e genuini: dall’acqua al tartufo, dal vino alla mozzarella di bufala, dalle nocciole al culatello…. E perché mangi schifezze?

Non lo so, come ho potuto farlo. Anzi si. La colpa è anche un po’ tua.

E per fortuna, cara scrittrice americana, non sei passata in libreria per scoprire che il libro più venduto è quello delle ricette di una certa Benedetta Parodi, o che non sei stata all’ultima edizione del Sigep, il Salone della Pasticceria: avresti visto coi tuoi occhi che la star più ammirata e importante era un tale, Buddy Valastro, che fa il cake designer, prepara torte scenografiche. Una volta gliene ho visto fare una a forma di water.

Capirai, non proprio la torta della nonna.

[Crediti | Link: Slate, Dissapore]