di Giorgia Cannarella 6 Settembre 2013
uomo, donna, conto, ristorante

“Irrazionale, fuori moda, poco funzionale, confuso”. Secondo voi questa ben poco dignitosa descrizione riguarda:

a) la pedonalizzazione di Roma
b) Windows 8
c) il sistema delle mance negli Stati Uniti

Immagino che tutti, eccetto i residenti nella capitale e i non ancora convertiti alle gioie del Mac, abbiano capito che la risposta è la c.

Declinano i valori morali, sentimentali e immobiliari, declina anche il sistema americano delle mance, che nell’ultimo mese chiunque fosse qualcuno ha pubblicamente deplorato. Blogger, giornalisti, famosi ristoratori (Danny Meyer, Tom Colicchio e David Chang).

Il severo giudizio iniziale è stato espresso ieri da Pete Wells, non uno qualunque, bensì il critico gastronomico del New York Times, colui che pur in tempi di crisi mantiene i superpoteri (il ricco budget che il giornale gli passa per mangiare nei meglio posti di New York).

Sì, perché quel che da noi è l’eterno dilemma (lascio la mancia al cameriere?, e quanto lascio?, e se non gliela lascio si offende?, e se gliela lascio e me la restituisce?) nei ristoranti americani si risolve con praticità: lascia la mancia o da questo locale non esci sulle tue gambe.

Non è una questione di esibizionismo, ansia di status, adesione bovina alla critica gastronomica.

Ma il super critico americano dice no, e chiede ai ristoratori di abolire la mancia spalmandola sul costo dei singoli piatti. Un’idea tutt’altro che peregrina facilmente applicabile anche in Italia. Per sbarazzarsi, una volta per tutte, del nostro personale scheletro dell’armadio, anzi, i nostri due scheletri: la premiata ditta coperto & servizio.

Un detestabile retaggio medievale, una voce di menu incomprensibile per tutti gli stranieri che comprende…

Già, cosa comprende? Acqua? Pane? Sedia? Il fatto che il cameriere mi porga il piatto senza lanciarmelo in testa? L’aria che respiro?

Il discorso si affronta di malavoglia perché è divisivo. Ma so cosa i più sgamati tra voi stanno pensando in questo momento. Anche se spalmati sul costo dei singoli piatti, coperto e servizio si pagano comunque. Togli di qua metti di là il conto resta quello.

Ma così almeno paghiamo qualcosa di tangibile, con una forma logica e comprensibile:
ciò che mangiamo,
ciò che beviamo.

Mantenere quelle voci anacronistiche, che lasciano gli stranieri interdetti, consegna ai nostri ristoranti una pessima immagine. Se n’era accorto persino MatteoRenzi, quando ancora non era il leader in pectore del PD, proponendo di abolirle.

Se negli USA decidono che è tempo di sbarazzarsi delle mance aumentando i costi dei piatti senza shock irreversibili da parte dei clienti, perché in Italia, invece di accampare scuse ridicole, tipo il cliente che blocca il tavolo tutta la sera per un’insalata, non possiamo recitare il de profundis per coperto e servizio, liberandoci per sempre degli orrendi balzelli?

Togliete coperto e servizio dai vostri menu, cari ristoratori, e adeguate il resto. Noi non ci offendiamo, anzi, siamo contenti: vero, lettori di Dissapore?

[Crediti | Link: Eater, New York Times, Dissapore]