di Carlotta Girola 31 Dicembre 2014
Ristoranti sopravvalutati

Come da tradizione a fine anno si riapre il capitolo dei ristoranti sopravvalutati. Nella quiete prima dei botti di Capodanno rintoccano per Dissapore gli ultimi bocconi amari andati storti a 6 noti critici gastronomici durante il 2014.

Insomma, vi aspettano recensioni di esperienze decisamente indigeste che si fermano a metà tra bocca e stomaco e che aspettano solo una vigorosa pacca sulla schiena per essere risputati fuori, col beneplacito della digestione, della sopravvivenza e pure della schiettezza.

Vi ricordate quella volta che vi è rimasta la sensazione di avere speso troppo, mangiato non all’altezza, o di essere stati trattati non proprio coi guanti e non avete avuto l’ardire di ribellarvi al fattaccio? Accade, più spesso di quanto dovrebbe purtroppo, e la frustrazione resta lì, galleggiante, senza che abbiate la vostra meritata contropartita, se non quella di sputare veleno su TripAdvisor.

Il buon proposito per l’imminente 2015 potrebbe essere quello di farvi un favore, e farlo anche a chi da dietro le quinte a volte non capisce cosa succede: da domani, primo gennaio della vostra nuova vita gastronomica, toglietevi tutti i sassolini dalle scarpe. Bandite le spallucce, se un ristorante non vi è piaciuto scrivetelo nei commenti, spiegate le vostre ragioni, rispeditelo al mittente se necessario.

Dopo, vi sentirete meglio. 

Trattoria Armando al Pantheon

ARMANDO AL PANTHEON, Roma

Luca Iaccarino, scrittore e giornalista collabora con La Repubblica, Vanity Fair, Lonely Planet

Noi foresti la ristorazione romana perlopiù non la capiamo: al limite, ci adeguiamo. Armando al Pantheon, per dire. Gira, gira ci finisci sempre: in centrissimo, cucina verace, locale storico. Però. Però, per dire, l’ultima volta.

Sala colma. Bolgia. Servizio sbrigativo. Io sono a cena con due mammasantissima del vino. Il primo dice che la bottiglia ordinata sa di tappo. Il secondo conferma: sa di tappo. Il cameriere diffida. La porta di là. Torna, laconico: il titolare dice che va bene. La rimette sul tavolo. Val la pena litigare? No.

Si mangia bene da trattoria: carciofi, carbonara, pollo coi peperoni. Bene. Da trattoria. Conto: 70 euro a cranio, tappo compreso. Nel resto d’Italia, una cifra da monostellato. Qui, dove c’incontri più senatori che a Palazzo Madama, è il valore di un pasto pop.

È la grande bellezza, bellezza.

Ps: aborro Tripadvisor soprattutto perché anonimo; per non aborrir me stesso, mi firmo Luca Iaccarino

San Domenico, Imola

SAN DOMENICO, Imola

Camillo Langone, scrittore, collabora con Il Foglio, Il Giornale

Delusione dell’anno il San Domenico di Imola. Gli gnocchi di patate, che già non dicevano niente, sono naufragati nel ridicolo di un piatto a onde, quattro onde, un’onda per ogni angolo della stoviglia super-kitsch degna di uno stabilimento balneare di Viserba.

Con la differenza che negli stabilimenti balneari di Viserba non si spendono quei 200 euri a testa che sono da mettere in conto per un pranzo al San Domenico.

Il filetto di vitello è stato il peggiore della mia vita, mi sono domandato a lungo come possano esistere filetti così coriacei. Forse con quel pezzo di carne bisognava farci un ragù, un hamburger, oppure darlo al gatto, non so. Io non ho mai rispedito un piatto indietro nella mia vita, ho rispetto per il lavoro di tutti e in particolare dei cuochi, ma quel filetto andava mandato indietro.

Qualche giorno dopo l’uscita del mio pezzo sul Giornale, pezzo ovviamente molto critico, un cuoco del San Domenico (non Marcattilii, credo fosse il nipote) mi ha chiesto l’amicizia su Facebook: mal gliene incolse.

Qualche settimana dopo ho letto che per la prima volta la Guida Michelin era disponibile come app gratuita: ma io una guida che assegna due stelle al San Domenico di Imola di oggi non la voglio nemmeno gratis.

The Ledbury ristorante

THE LEDBURY, Londra

Camilla Baresani, scrittrice, collabora con Il Sole24Ore, Corriere delle Sera, Rai5

Ha due stelle Michelin ed è al decimo posto della Wordl’s 50 Best Restaurants, oppure è al decimo posto della 50 Best e ha due stelle Michelin. Mettetela come volete, a seconda delle vostre preferenze avanguardistiche o conservatrici.

The Ledbury, il ristorante londinese di Brett Graham, propone una cucina sofisticata, ma ben poco sorprendente. E nemmeno memorabile. Difficile, a 24 ore di distanza, ricordare i piatti del sopravvalutato e rumoroso locale di Notthing Hill, tutti troppo simili a quelli già provati in ristoranti pari grado e che pure non ci avevano lasciato impressioni durature.

Le solite carni, i soliti pesci. Di memorabile, se mai, rimane l’immagine dei clienti, tutti molto giovani (sotto i trent’anni), molto orientali e molto russi, molto predisposti alla fotografia dei piatti, di se stessi, della compagnia. E rimane il fastidio per la mancanza di libertà.

Se uno solo del tavolo sceglie il menu degustazione, anche gli altri sono costretti a uniformarsi. In un tavolo da sei, o tutti a la carte, o tutti menu degustazione da 110 sterline (180 con i vini). Né è possibile che uno solo di quei sei decida per il menu vegetariano: allora lo devono scegliere anche gli altri commensali.

Per patire un’inferiore costrizione gastronomica non resterebbe che prenotare tre tavoli da due anziché uno da sei.

Anni e anni di manifesti e rivoluzioni in cucina, per trovarsi pieni di costrizioni, dagli orari di prenotazione (tre turni serali) alla scelta di cosa mangiare.

carlo e camilla in segheria, menu

CARLO E CAMILLA IN SEGHERIA, Milano

Martina Liverani, direttore del magazine Dispensa collabora con Vanity Fair e Dissapore

In cucina, come in amore, non si dovrebbero mai avere aspettative troppo alte. Il guaio prettamente milanese degli uffici stampa che lanciano l’apertura di un nuovo locale e di molti colleghi che ne ricopiano pedissequamente l’entusiasmo porta a questo: creare aspettative che saranno probabilmente deluse.

Quest’anno è andata così – a mio parere – con l’apertura di Carlo e Camilla in Segheria.

“L’omelette al baccalà (molto poco saporita) e gli spaghetti (un filo troppo cotti) non ci lasciano stupefatte. Forse privi di personalità, sicuramente privi di origine.

Arriva poi un piatto sul quale sono molto ferrata: i ravioli con il formaggio di fossa, che immagino essere un ruffiano omaggio alla Romagna. Mi torna in mente un passaggio in una di quelle recensioni che avevo letto prima di arrivare qua: “la presentazione del piatto punta più alla sostanza che alla sorpresa.”

Bè, se la sostanza è  pochina (i ravioli sono 7, non è mia abitudine far di calcolo, ma capisco che ogni raviolo costa più di 2 euro), la sorpresa non è un granché. Ogni piatto toccato dal formaggio di fossa – a mio modestissimo e imparziale parere –  è potenzialmente un grandissimo piatto, in questo caso non posso dirlo.

La degustazione di carne è quello che mi è piaciuto di più.

Punto al dessert, ma ho quella malsana abitudine di ordinare il mascarpone ogni volta che in un menu leggo “Mascarpone”. Sbagliato: il Semifreddo al mascarpone e sesamo nero (9 euro) è ridicolmente minuscolo e per niente confortevole.“ Ma per sapere come è andata a finire dovete leggere la recensione.

ingresso all'oro

ALL’ORO, Roma

Marco Trabucco, scrittore, giornalista di Repubblica.

Premessa necessaria: è stata una delusione, viste le aspettative alte, non un fallimento.

Perché? Perché è un ristorante perfettino dove un cuoco bravino fa il suo compitino in un locale bellino con un servizio carino.

Anche solo dieci anni fa avremmo detto: “Avercene”. Ma, appunto, sono passati dieci anni.

Re di coppe e piatti

LA “BLACK LIST”

Valerio M. Visintin, scrittore, collabora con il Corriere della Sera

Il peggio del 2014 è un collage di allegre nefandezze da cogliere di fiore in fiore, per comporre la cena dei miei incubi.

Si comincia con un’ora di gelida anticamera all’aperto, in attesa di un tavolino, intruppati tra la folla incredula (Lievito Madre di Gino Sorbillo).

Il primo piatto da non poter di dimenticare è un terrificante pappone colloso al gusto di aranciata amara, spacciato come risotto (ristorante vegano Ghea).

Il secondo è una cotoletta talmente cruda e fibrosa, che la panatura se la squagliava bellamente per colmo di indignazione (Drogheria Parini 1915).

L’ambiente più inquietante è un’ex segheria con un unico, infinito tavolo a croce che biancheggia sotto luci spettrali: una delizia che sarebbe piaciuta a monsieur Landru per un’ultima cenetta coniugale (Carlo e Camilla in Segheria).

Il menu più desolante (a fronte di un conto assai ambizioso): crudi di mare, spaghetti con bottarga e vongole, linguine all’astice, grigliata mista e, in arrivo dagli anni Ottanta, addirittura la sogliola alla mugnaia (il mondanissimo Pisco).

L’Oscar del peggior servizio, invece, lo consegno a un franchising di cucina siciliana (Re di Coppe e Piatti). E non per inadempienza dei camerieri, ma per la divisa che gli impongono: la coppola e una maglietta sulla quale è disegnata una lupara. Su certe cose non si scherza nemmeno a tavola.

[Crediti | Le immagini di Re di Coppe e Piatti sono prese da Foursquare]

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