di Giorgia Cannarella 4 Ottobre 2013
Baladin Milano

Ricetta per una stroncatura “mi si nota di più”. Prendere il critico enogastronomico più temuto di Milano, che divide i suoi lettori tra detrattori feroci e ammiratori devoti. Unire il birraio più famoso d’Italia, pure lui equamente venerato e criticato. Cosa viene fuori?

Come detto, una stroncatura memorabile.

Personaggi e interpreti: Il primo è Valerio Massimo Visintin del Corriere della Sera, il solo critico italiano che ha fatto dell’anonimato un modus operandi. L’altro è Teo Musso, fondatore di Baladin, fascinoso apripista del movimento italiano della birra artigianale, anche se molti beer geek ritengono le sue birre sopravvalutate.

Il locale epicamente stroncato è Baladin Milano, aperto il 13 settembre in via Solferino.

Visintin non salva nulla del gastro-pub con l’imprintig Baladin.

Non il locale: sviluppato su due piani, anche se la maggior parte dei tavoli sono al piano di sotto, dove:

“s’accendono gli accenni futuristi dell’arredo, il rimbombare prosaico e assordante delle voci, gli affanni a vuoto dei camerieri, che svolazzano frenetici come falene”. […] guado la sala, oppressa dal soffitto a botte, schivando un paio di camerieri lanciati come pallottole. E raggiungo un bagnetto sordido, che non vede restauri da molti lustri”

Non il menu:

“uno straordinario florilegio di luoghi comuni opachi. Abbiamo gli hamburger, la tartare, la cotoletta, lo gnocco fritto con salumi e le patatine fritte; rivoluzionate, queste ultime, da un geniale neologismo: ‘fatatine’ “

Non il cibo, figurarsi:

“ogni portata si caratterizza per imperizia. Le polpette del doppiocheese (presidio Slow Food, ma crude all’interno, mal cotte fuori) sembrano fatte da manine dispettose: cicciottelle e di raggio assai ridotto rispetto al panino, per altro vizzo e ossidato.

Le patatine, ridotte a piccoli frammenti e pesanti d’olio, non hanno nulla di fatato. Semmai, si riveleranno fatali per la digestione.

Lo gnocco fritto è una spugna di gomma unta.

Il decantato crudo Langhirano 30 mesi, invece, è secco, salato e servito a brandelli, come un tessuto strappato”

Infine, tanto meno il prezzo:

“i dolci saranno anche ottimi, dato che portano la firma di Ernst Knam. Ma ogni fetta costa 8 euro. E francamente, in questo contesto, passa la voglia […] il conto finale non è di quelli che definirei popolari: 15 euro il doppiocheese, 20 euro il piattone di affettati con spugna fritta, 5 euro il cartoccio di fataLine”

Le birre, dite? Almeno quelle passano l’esame, promosse con un “mediamente discreto” che sa di concessione.

Baladin Milano

Ma Visintin fa di più. Mette in discussione un modello che altrove ha funzionato eccome: Open Baladin a Roma e anche nel piccolo comune di Cinzano, per dire.

E per non lasciare nulla nel limbo del non detto, affonda il colpo:

“Caro Musso, se dovessi capitare nuovamente nei miei incubi notturni, ti dirò che è inutile farsi scudo di valori gastronomici e alimentari se l’impianto del locale è costruito sulla sabbia della trascuratezza, dell’utilitarismo spicciolo. Vero che anche la retorica è un prodotto artigianale, ma non si mangia e non si beve. E fa fare brutti sogni”

Sono stata a Baladin Milano per qualche minuto all’apertura. Troppo poco per avvallare le critiche di Visintin, o per contestarle.

Se qualcuno di voi c’è andato si faccia sentire, nel frattempo mi chiedo se stavolta, trattandosi di Teo Musso e Baladin, che insomma qualcosa l’ha fatto, il mestiere di stroncatore non abbia preso la mano al critico del Corriere.

[Link: Mangiare a Milano, Dissapore. Immagini di Angela Caterisano]