Ricetta per una stroncatura “mi si nota di più”. Prendere il critico enogastronomico più temuto di Milano, che divide i suoi lettori tra detrattori feroci e ammiratori devoti. Unire il birraio più famoso d’Italia, pure lui equamente venerato e criticato. Cosa viene fuori?
Come detto, una stroncatura memorabile.
Personaggi e interpreti: Il primo è Valerio Massimo Visintin del Corriere della Sera, il solo critico italiano che ha fatto dell’anonimato un modus operandi. L’altro è Teo Musso, fondatore di Baladin, fascinoso apripista del movimento italiano della birra artigianale, anche se molti beer geek ritengono le sue birre sopravvalutate.
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Il locale epicamente stroncato è Baladin Milano, aperto il 13 settembre in via Solferino.
Visintin non salva nulla del gastro-pub con l’imprintig Baladin.
Non il locale: sviluppato su due piani, anche se la maggior parte dei tavoli sono al piano di sotto, dove:
“s’accendono gli accenni futuristi dell’arredo, il rimbombare prosaico e assordante delle voci, gli affanni a vuoto dei camerieri, che svolazzano frenetici come falene”. […] guado la sala, oppressa dal soffitto a botte, schivando un paio di camerieri lanciati come pallottole. E raggiungo un bagnetto sordido, che non vede restauri da molti lustri”
Non il menu:
“uno straordinario florilegio di luoghi comuni opachi. Abbiamo gli hamburger, la tartare, la cotoletta, lo gnocco fritto con salumi e le patatine fritte; rivoluzionate, queste ultime, da un geniale neologismo: ‘fatatine’ “
Non il cibo, figurarsi:
“ogni portata si caratterizza per imperizia. Le polpette del doppiocheese (presidio Slow Food, ma crude all’interno, mal cotte fuori) sembrano fatte da manine dispettose: cicciottelle e di raggio assai ridotto rispetto al panino, per altro vizzo e ossidato.
Le patatine, ridotte a piccoli frammenti e pesanti d’olio, non hanno nulla di fatato. Semmai, si riveleranno fatali per la digestione.
Lo gnocco fritto è una spugna di gomma unta.
Il decantato crudo Langhirano 30 mesi, invece, è secco, salato e servito a brandelli, come un tessuto strappato”
Infine, tanto meno il prezzo:
“i dolci saranno anche ottimi, dato che portano la firma di Ernst Knam. Ma ogni fetta costa 8 euro. E francamente, in questo contesto, passa la voglia […] il conto finale non è di quelli che definirei popolari: 15 euro il doppiocheese, 20 euro il piattone di affettati con spugna fritta, 5 euro il cartoccio di fataLine”
Le birre, dite? Almeno quelle passano l’esame, promosse con un “mediamente discreto” che sa di concessione.
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Ma Visintin fa di più. Mette in discussione un modello che altrove ha funzionato eccome: Open Baladin a Roma e anche nel piccolo comune di Cinzano, per dire.
E per non lasciare nulla nel limbo del non detto, affonda il colpo:
“Caro Musso, se dovessi capitare nuovamente nei miei incubi notturni, ti dirò che è inutile farsi scudo di valori gastronomici e alimentari se l’impianto del locale è costruito sulla sabbia della trascuratezza, dell’utilitarismo spicciolo. Vero che anche la retorica è un prodotto artigianale, ma non si mangia e non si beve. E fa fare brutti sogni”
Sono stata a Baladin Milano per qualche minuto all’apertura. Troppo poco per avvallare le critiche di Visintin, o per contestarle.
Se qualcuno di voi c’è andato si faccia sentire, nel frattempo mi chiedo se stavolta, trattandosi di Teo Musso e Baladin, che insomma qualcosa l’ha fatto, il mestiere di stroncatore non abbia preso la mano al critico del Corriere.
[Link: Mangiare a Milano, Dissapore. Immagini di Angela Caterisano]