TasteAtlas, quella formidabile macchina da rage-bait gastronomico che vive di infografiche brutte e incidenti diplomatici su Instagram, ha pubblicato la classifica delle cento migliori gelaterie al mondo, quasi tutte italiane. Come di consueto i nostri connazionali si sono fermati a celebrare l’evento come se avessimo appena isolato il bosone di Higgs in una vaschetta di stracciatella. Impossibile non accorgersi di quanto sia inattendibile il ranking: le prime dieci posizioni sono infatti distribuite con cinque insegne a Roma, quattro a Firenze e una a Venezia. Stiamo parlando dell’itinerario esatto di un dentista dell’Ohio al suo primo viaggetto nel Belpaese.
Di fronte a una mappa così posticcia, l’istinto è quello di prendersela con i follower del sito. Viene naturale pensare a un gigantesco pallottoliere digitale che aggrega le preferenze di migliaia di vacanzieri sudati, pronti a votare con cinque stelle la vetrina più vicina agli Uffizi pur di leccare qualcosa di freddo. Dare la colpa all’ignoranza del turista medio è uno sport popolarissimo, ma stavolta, ahinoi, non è colpa loro.
Come viene stilata la classifica farlocca delle gelaterie di TasteAtlas
Chiamata in causa nei commenti sui social, TasteAtlas ha sciorinato i criteri alla base della graduatoria, e la spiegazione dei retroscena rende il tutto ancora più imbarazzante. La lista poggia sulle segnalazioni di un gruppo di critici gastronomici: sotto ogni scheda descrittiva della gelateria ci sono i nomi che hanno raccomandato il locale.
La prima, l’ottima Fatamorgana di Roma, compare grazie allo spunto di David Lebovitz, uno dei food writer più influenti al mondo, e ad altri 68 critici, alcuni passati a miglior vita (RIP Anthony Bourdain). Tra gli estimatori del gusto Bacio ci siamo pure noi di Dissapore, insieme ad altri tredici. La macchina che stiamo smontando porta anche il nostro contributo, motivo in più per farla completamente a pezzi.
TasteAtlas non sa la differenza tra ice cream e gelato

A corredo dell’elenco non potevano mancare i classici specchietti riassuntivi, quelle agghiaccianti diapositive social generate con l’IA pensate per un pubblico con la soglia di attenzione di un furetto.
Nello schema che pretende di spiegare al mondo la differenza tra ice cream e gelato, TasteAtlas sentenzia con granitica certezza che nel prodotto italiano non ci sono le uova. Una castroneria enciclopedica che cancella con un colpo di mouse secoli di crema, zabaione e malaga.
Il capolavoro arriva quando si incrociano questi postulati pseudo-didattici con l’elenco delle gelaterie. Nella medesima lista, infatti, spunta serenamente Grom. Un prodotto del tutto industriale (sebbene privo di emulsionanti, aromi artificiali e coloranti), da anni di proprietà di una multinazionale, piazzato serenamente nello stesso gruppo di chi sbuccia ancora la frutta a mano.
Le migliori gelaterie del mondo sono stranamente tutte italiane

Se i critici che compilano le segnalazioni si sono limitati a visitare Roma, Firenze e Venezia, la mappa si disegna praticamente da sola; la lista registra banalmente gli indirizzi che quei critici hanno avuto il tempo di raggiungere e se il titolo dice “mondo”, il campione si traduce in “tre centri storici raggiungibili in giornata”.
I numeri, poi, sono la parte più divertente. Tra le prime 50 gelaterie, come detto, 49 sono italiane, e l’unica straniera al 45esimo posto si trova a West Hollywood, negli Stati Uniti. Allargate la visione alle prime venti e le città diventano sei, con Bologna, Torino e Milano. Tirando le somme, in un Paese con migliaia di gelaterie artigianali le dieci migliori del globo stanno comodamente dentro tre codici postali. O siamo bravi in un modo che sfida la statistica, o qualcuno qui ha assaggiato molto poco.
Perché questa classifica fa ridere
La realtà economica della qualità senza sconti è brutale. Se investi il grosso del budget per pagare chi produce la frutta fresca e seleziona il latte crudo, snobbando le scorciatoie di sintesi e i bidoni di paste aromatizzanti, difficilmente riuscirai a sostenere l’affitto di una vetrina vista Colosseo. L’artigianato schietto, per sua stessa natura, è molto spesso incompatibile con le rendite immobiliari dei salotti turistici.
Il gelato migliore si trova sovente lungo una statale o in un paese di provincia dove un critico arriva soltanto se ci va apposta, e apposta non ci va quasi mai. L’ho verificato io in prima persona mappando le migliori gelaterie della Campania: il lavoro eroico, quello della ricerca e della trasparenza, sta fuori Napoli, nei comuni scritti in piccolo sulla cartina.
Queste enclave artigiane non sono materiale per il database di TasteAtlas, condannate a restare fuori dal raggio d’azione di chi batte a tappeto le solite tre piazze (assurdo che manchi Torino). Meglio così eh, di questi tempi l’assenza da certe liste è la forma più alta di tutela. Il fastidio fisico inizia quando scambiamo il diario di bordo di qualche improvvisato in gita premio per una sentenza inappellabile, sventolando il tricolore per celebrare il nostro status di parco giochi del cibo. La realtà è che questa graduatoria vale quanto una calamita da frigo a forma di pizza e mandolino.
