Quella di Iginio Massari è sempre stata un’impresa di famiglia. Intorno ai dolci, al saperli fare e al saperli vendere, papà Iginio ha fatto crescere i suoi figli, che evidentemente hanno imparato come si fa. Da una parte Debora che, dopo un percorso in pasticceria, ha addirittura assunto un ruolo politico di rilievo, diventando – un po’ a sorpresa – il nuovo assessore al turismo della Regione Lombardia, in un anno importante come quello delle Olimpiadi di Cortina.
Un po’ più defilato, invece, è stato suo fratello Nicola Massari, che però è sempre stato consigliere d’amministrazione della Iginio Massari Alta Pasticceria, occupandosi per lo più di ricerca e sviluppo (e dimostrando un certo fiuto per lo sviluppo imprenditoriale, che ha portato ad esempio all’apertura del ristorante Cardinale lo scorso anno).
Poi, la svolta: da aprile 2025 Nicola Massari è l’Amministratore Delegato dell’impresa di famiglia, il vero erede dell’impero della pasticceria costruito da papà Iginio, con tutti gli oneri e gli onori (tanti, in entrambi i casi) che ciò comporta.
Insegnamenti ed eredità, di Massari in Massari

Come è stato imparare da Iginio Massari e oggi guidarne l’azienda?
“Io credo che il nostro marchio abbia bisogno da chi, come me, ha sempre vissuto e respirato l’aria dell’azienda di famiglia. Io ho approcciato questo mestiere da un lato con la cultura familiare, dall’altro con competenze più scientifiche e tecniche: ho un’idea molto chiara di come dobbiamo progettare un dolce prima di provare a farlo, attraverso il sistema ipotesi-prova- tentativo”.
Quindi lei mette le mani in pasta?
“Sì, le ho messe a lungo. Diciamo che conosco bene le materie prime e i processi, mentre le produzioni e le manualità sono più lontane da me. La parte progettuale, di ideazione, ricettazione e di ottimizzazione dei processi è quella che più fa parte del mio bagaglio”.
Da quando è diventato Amministratore Delegato, qualche mese fa, di cosa si è occupato?
“Di costruire una buona squadra di lavoro, prima di tutto. Ho cercato di avvicinarmi molto alle persone che lavorano per noi, per creare un gruppo unito e con valori condivisi. È stato un lavorone, che in parte è ancora in corso, ma che sta dando i suoi frutti”.
E dal punto di vista di prodotto?
“Ho voluto fare un lavoro di ascolto nei negozi, di attenzione ai feedback dei clienti: Non che abbiamo mai mancato in particolari punti, ma la verità è che nessuno più del pubblico può indicarti quali saranno i prossimi trend. Ultimamente, per dire, funziona molto tutto ciò che è instagrammabile, quindi esteticamente bello, mentre texture, aroma e gusto, non essendo postabili, hanno perso un po’ di attenzione. Il nostro impegno è cercare di mantenere la promessa gastronomica continuando ad avere modelli estetici importanti. Non è sempre facile, perché a volte le due cose vanno in conflitto“.
Come è stato prendere le redini dell’impero costruito da suo padre?
“È stato un affiancamento, e lo è ancora. Non amo quando si parla di passaggi generazionali, sembra sempre una corsa della staffetta, ma non è così. In un buon cambio generazionale un pezzettino di staffetta la si corre fianco a fianco. Le cose le si respirano da quando si è nati, poi si mettono a terra: io con mio padre ci lavoro tutti i giorni”.
E cosa le ha insegnato, prima di tutto?
“Non è qualcosa che riguarda esclusivamente la pasticceria, è proprio un modo di approcciarsi a fare le cose. In questi giorni al Sigep ho incontrato un vecchio amico di famiglia che non vedevo da 25 anni, Andy Luotto, che mi ha raccontato un aneddoto su mio padre che mi ha fatto molto piacere sentire. Erano insieme e stavano lavorando alla parte fotografica di un libro che stavano facendo assieme, e Andy per una foto ha lanciato un sacco di farina a terra dicendo a mio padre di scriverci sopra quello che voleva. Papà, mi ha raccontato Andy, ha scritto “vita”, e poi si è commosso. Ecco, quello che più ho imparato da lui è quell’approccio emotivo e di sentimenti sinceri che rendono il fare autentico e immediato per chi lo riceve. È un affiancamento valoriale, di emozioni che corrispondono fortemente a quello che si sente, non a quello che si vuole far percepire di sé. Poi, nella pratica, questa cosa si trasforma in pasticcini, in brioches”.
Suo padre è anche un personaggio televisivo: crede di poter un domani raccogliere anche questa eredità?
“No, per una serie di motivi, non di ultimo perché queste competenze rientrano in una sfera che io ritengo quasi magica. Credo però che nel futuro potremmo provare a raccoglierla come squadra intera, come professionisti e come famiglia”.
Le critiche a Massari (e famiglia)
Un anno fa, di questi tempi, non si parlava d’altro che delle vostre chiacchiere di carnevale: giusto per prevenire le polemiche, a quanto le venderete quest’anno?
“Alla stessa cifra dell’anno scorso, 100 euro al chilo”.
Come avete vissuto quella vicenda?
“È divertente a livello psicologico che il nome del prodotto sia “chiacchiera”. È un po’ come la storia di quel pilota che si chiamava secondo di cognome e non riusciva mai ad arrivare primo. La verità è che ci sembrava davvero una cosa un po’ senza senso. Alcuni prodotti è ragionevole pensarli come prezzo al chilo, su altri non ha senso. Non compri un cellulare pagandolo al chilo, e se vai a vedere, una scatola di riso soffiato per la colazione costa 32 euro al chilo, e nessuno si sconvolge. Insomma, ci è sembrata una cosa un po’ vuota come pensiero, che poi comunque tutto questo chiacchierare alla fine ci ha premiato”.
In che senso?
“Che le vendite sono andate molto bene, anche meglio del previsto”.
Buon per voi, allora. Ma in generale, in famiglia, come vivete l’esposizione mediatica, e quindi anche le critiche che arrivano?
“Dipende. Sinceramente quando andiamo sul personale, o arrivano commenti gratuiti a livello umano, è più fastidioso. Per non parlare di quando si va nella diffamazione o nella calunnia. Però siamo anche consapevoli che le critiche, quelle oneste, servono a migliorare, sia che arrivino da un cliente che da un giornalista, e quindi, che ci creda o no, ne teniamo assolutamente conto. Questa è un’altra cosa che mi ha insegnato mio padre: ricordo che una volta ci arrivò una critica di una cliente su una colomba, e mio padre dopo averla sentita scese in laboratorio ad assaggiarne cinque o sei, chiedendosi se doveva cambiare qualcosa. Il principio è che quando arrivano le critiche negative fanno indubbiamente male: almeno traiamone insegnamento, se no prendiamo solo la parte peggiore”.
