di Antonio Tomacelli 25 Maggio 2009

codice etico per le guide?Centocinquantasette e centodiciotto commenti dopo l’inizio della sfida tra la guida dell’Espresso e il ristorante Don Alfonso, siamo a un catastrofico anno zero. Alle guide serve una nuova verginità, questa è la sola cosa chiara. Lo ha dimostrato perfino il battibecco tra Matteo Scibilia, cuoco elevato al rango di consigliere del ministro Sandro Bondi per la tutela della cucina italiana e il critico Enzo Vizzari. D’accordo, ma una nuova verginità come si conquista? Chiamiamolo Pippo o Codice Etico, ma di sicuro serve qualcosa che risolva il conflitto di interessi.

Scriviamo a chiare lettere che le guide servono, senza, il Don Alfonso sarebbe un oscuro ristorante tra i saliscendi della Campania e nessuno si sobbarcherebbe mille-e-passa chilometri per provare la cucina di Ciccio Sultano. Ma cosa succede quando il critico gastronomico cambia casacca e diventa organizzatore di eventi? Scatta il cortocircuito che mette in crisi il sistema.

Facciamo qualche esempio, e non è per far polemica. Se dobbiamo compilare una lista di corsi, cene, programmi tv e appuntamenti assortiti del Gambero Rosso, il principale editore del settore, cui partecipano gli stessi chef premiati in guida con forchette e gamberi, rischiamo di annoiarci.

Continuiamo con Identità Golose, il congresso di cucina organizzato dal giornalista Paolo Marchi. Un biglietto per assistere alle lezioni dei migliori cuochi italiani e stranieri costa 500 euro. Il punto è che Marchi scrive di cucina su un giornale e pubblica la Guida ai ristoranti d’autore. Non si tratta di essere maliziosi, ma è automatico pensare che i voti e i giudizi sui cuochi che collaborano al congresso, possano essere condizionati.

Nemmeno il mondo vino è immune dai conflitti d’interesse, pieno com’è di giornalisti che di giorno organizzano Fiere e di notte elargiscono grappoli e corone.

Eccoci allora all’inevitabile conclusione: o sei un critico o organizzi eventi con cuochi e cantine. Tertium non datur, è questa la prima regola del “Codice etico del critico gastronomico” che qualcuno dovrebbe scrivere. In caso quel qualcuno fossimo noi, quali dovrebbero essere le altre? Ci date una mano?

P.s.: Non sappiamo quanto osservato, ma negli Stati Uniti giornalisti e blogger gastronomici il loro codice etico ce l’hanno già.