di Dan Lerner 11 Agosto 2009

Papà Bonomo mostr fiero il suo cartello

Prima far parlare e poi provare. Parafrasando la regola aurea di Dissapore, ieri sono andato a provare gli spaghetti al pomodoro di Papà Francesco, intrigato dai commenti di Paolo Bonomo, figlio di Augusto e contitolare del locale: “E’ chiaro che una spaghetti espressa avrà un sapore diverso da una spaghetti riscaldata la microonde”, e ancora: “fare chiarezza significa far conoscere al cliente finale le modalità di preparazione dei piatti che si accinge a mangiare”.

Gli spaghetti al pomodoro di Papà Francesco

Papà Francesco gode di una posizione invidiabile e preoccupante, potrebbe essere la classica trappola per turisti, con il suo dehor a pochi metri dal Teatro alla Scala di Milano, e in effetti ieri a pranzo, complice la data, ai tavoli si poteva sentire un mix di spagnolo, greco, francese, russo, oltre a ogni improbabile accentazione dell’inglese. Ma effettivamente gli spaghetti al pomodoro, oggetto paradigmatico dell’ormai famoso cartellone commissionato dalla famiglia Bonomo a un amico vignettista, sono arrivati al mio tavolo con un punto di cottura di rara perfezione, con una salsa di grande equilibrio e semplicità. “Sono come li mangeresti a casa, se a casa sai fare dei buoni spaghetti”, mi è venuto da dire.

Buono il tonno affumicato scelto come antipasto e ottima la zuppa di cozze e vongole dove l’evidente lavoro della cucina non soverchiava la freschezza dei molluschi. La leggerezza del Tiramisu home made confermava una buona mano: pan di spagna al posto dei savoiardi, un giusto punto di dolcezza non stucchevole.

Con una bottiglia d’acqua, un calice di vino bianco (Rastal, seppur marchiato da un produttore) e -ahimé, vexata quæstio– un coperto di 3,50 euro, il conto ha sfiorato i 60 euro. Offerto il bicchiere di mirto in chiusura a ricordare le origini sarde della famiglia, così come mi è stato regalato un filone di pane dopo che mi ero complimentato per la sua qualità, scoprendo che i Bonomo il pane se lo fanno in casa.

Papà Bonomo e la sua passata di pomodoro

Insomma, non regalato il pranzo completo da Papà Francesco, ma si tratta di un ristorante vero che non cerca di approfittare di una rendita di posizione: le cucine sono affollate e il servizio è sollecito, cortese e non di maniera, l’affitto salato. C’è attenzione e competenza, c’è attenzione alle materie prime impiegate, che senza addentrarsi nelle nicchie dei presidi Slow Food (per questi ci sono altri luoghi e altri pubblici) cercano di rappresentare in modo veritiero la cucina italiana tradizionale, piezz’e core compresi, per restare in argomento con quanto dicevamo ieri: il ristorante pubblica infatti sul suo sito una Carta dei Servizi dove si legge “La domenica e i festivi sono tutti dedicati alle famiglie con bimbi, con la tranquillità per i genitori che questo non arrechi fastidio alcuno”.

Dunque, non è sempre vera la regola matematica che vuole la qualità di un ristorante italiano inversamente proporzionale alla vicinanza del centro storico, moltiplicata per il fattore T (indice di affollamento turistico). Di sicuro, invece, nei bar della Galleria o attorno al Duomo, paste precotte e passate al microonde non costano meno di uno spaghetto espresso, ma lasciano senz’altro un ricordo diverso.

Ben vengano dunque guide e blog che offrano al turista informazione vera capace di orientare scelta informate. E ben vengano, questo per ora è solo un auspicio, purtroppo, ristoratori consapevoli che costruiscano prezzi onesti, spalmando nei loro piatti le solite voci, oggetto di troppo contendere. Altrimenti coperto, servizio e acqua, spesso carissimi, al pari dei famigerati ricarichi di RyanAir, allontaneranno potenziali clienti sempre più sospettosi.

PS. “e che c’entrano in tutto ciò le guerre tra ristoranti e bar”? Beh, in realtà quel bel pasto completo -antipasto-primo-secondo-dolce-caffè-ammazzacaffè-acqua-e-vino- ce lo siamo mangiato in tre, un piatto a testa. Per 20 euro each abbiamo mangiato bene, trascorso oltre un’ora seduti e comodamente serviti. Paragonato ai frettolosi panino-e-birra, beh, molto competitivo.