di Sara Mariani 23 Novembre 2012
foie gras

Il foie gras è morto. Amen. Quando pochi mesi fa lo hanno vietato in California, accanto a pochi smaliziati che intravedevano nuovi orizzonti antiproibizionisti, si è passati da commenti luttuosi a manifestazioni di tripudio, senza che nessuno dubitasse che sono tanti e molto più diffusi i cibi che nuociono ad ambiente e animali come e più del fegato grasso.

Chissà se ora, dopo che l’Ente nazionale protezione animali (Enpa) ha lanciato la campagna «Abbi fegato» per sensibilizzare l’opinione pubblica su come si fa quel paté che finisce nel piatto e cosa c’è dietro, chiedendo alle catene dei supermercati di elimanare scatolette e porzioni dagli scaffali, e più che altro, dopo che Coop ha effettivamente rimosso l’immonda delizia dal proprio assortimento (gli ordini sono stati sospesi ad ottobre e si andrà solo all’esaurimento delle scorte presenti nei magazzini), ognuno prenderà provvedimenti come può.

I devoti più fondamentalisti, gente pronta a tutto per tutto pur di seguitare a trovarsi nel piatto il fegato d’oca, prendendo d’assalto i ristoranti che propongono la specialità nel loro menù e ingozzandosi fino a stare male. Gli stessi amatori insaziabili che promettono guerra alla Protezione Animali senza rassegnarsi all’aria quaresimale, magari paventando gastro-bische a tema, ossia cene clandestine in cui il godere dello sventramento delle povere oche diventa un cinico gioco al massacro di un altro fegato, il proprio.

E dall’altra parte i detrattori a ogni costo, che tireranno in ballo la bontà rigeneratrice delle verdurine indicendo per il 25 dicembre, forse, chissà, la più insanamente salutista delle celebrazioni: il #vegan pizza day.

E se è concesso delirare ancora un po’, mentre immagino imperversare manifestazioni contro il gavage –faccenda che dovete trovare un momento per approfondire– fomentate dallo spazio web che l’Enpa ha creato per viralizzare lo slogan della sua campagna: “La sua tortura per la delizia del tuo palato“, sembra difficile trovare qualcuno che abbia il coraggio di ammettere che questa delizia era/è in primo luogo uno status symbol.

Il segno distintivo che tutti, persino i ritenuti inedotti, gastronomicamente parlando, sanno apprezzare certe delizie d’antan. Un passepartout del portafoglio, più che del palato, che ora questo schierarsi di falangi fieramente avverse addita con esagerato –forse– accanimento.

Voi, che ne pensate?

[Crediti | Link: Dissapore, Corriere, Empa, immagine: Guardian]