di Adriano Aiello 13 Giugno 2012
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Insomma, lo sapevate? Siamo tutti logorati da sospetti ingiustificati e poco edificanti. L’integerrimo e intransigente TripAdvisor non ci sta alla cattiva nomea che si è fatto nella rete (e non solo) e, nella persona del suo portavoce per l’Italia, Lorenzo Brufani, ha tirato fuori le unghie.

Recensioni false? Giudizi negativi inventati dai locali concorrenti? Agenzie private che pagano falsi utenti per parlare bene in Rete di alberghi e ristoranti? Impossibile. “Se non mettessimo in primo piano l’integrità di recensioni e commenti presenti su TripAdvisor, non avremmo la fedeltà dei 50 milioni di visitatori che utilizzano il nostro sito ogni mese.”

A chi è diretta tale precisazione? A quei terroristi affamati di scoop de l’Espresso che in un articolo chiamato BUGIARDI DIGITALI hanno affrontato il tema del crowdturfing (una bella parola, una brutta pratica, quella di generare un database di recensioni false appaltate a manovalanza informatica a basso costo) nel quale si osava mettere in discussione la buona fede e la professionalità tra gli altri di TripAdvisor. Per l’accusa parlano le associazioni alberghiere schierate contro il colosso e l’agenzia specializzata nell’analisi della reputazione online KwikChex. Per la verità pure un paio di post su Dissapore con tanto di ristoratore imbufalito.

La risposta all’articolo è altamente istruttiva. Lo so, alla quarta riga gli strali autocelebrativi si fanno sentire e la palpebra cala, tanto da rischiare di rimpiangere il nuovo saggio di Alberoni sugli amori della terza età nati nei centri commerciali (spero di non avergli dato uno spunto) ma l’esibizione arrogante dei muscoli è interessante e ci dice molte cose su come funziona la comunicazione.

Messa atto primo: “Secondo un recente studio PhoCusWright commissionato da TripAdvisor [ovviamente per ottenere elementi critici verso la committenza…] il 98% degli intervistati ha trovato su TripAdvisor recensioni accurate e basate su esperienze reali”.

E poi, messa atto secondo, in sintesi: i visitatori crescono, sono equilibrati e consapevoli, hanno 25 sofisticati sistemi di filtri antifrode e un team internazionale dedicato all’analisi dei messaggi. E magari qualche tecnico nel governo Monti.

Però di pizza e spaghetti ne capiscono poco e se cerchiamo un ristorante nella nostra città i dubbi emergono a rapidità vorticose. Lo aveva già notato la nostra Lorenza Fumelli che la classifica dei luoghi dove mangiare a Roma pareva redatta da un texano sotto metadone in visita nella capitale romana. Meglio la cattiva fede allora. Se la buona fede dà questi risultati.

Alle stesse conclusioni è arrivata la blogger Gilda35 che armata di buon senso approfondisce egregiamente la questione e propone anche un sistema di rintracciamento delle recensioni false.

Ci piace Gilda.

Di certo capisce che il 2.0 è troppo spesso la palestra di cavillatori fiscali e snervanti, “un palcoscenico ove esibire il proprio ego per lasciare un traccia alla ricerca di notorietà” per citarla. Armati di livore e scaltrezza questi eroi riescono anche a scroccare cene e notti in hotel brandendo l’arma delle recensioni negative.

Sarà così? Il sistema di certo ne approfitta e ne trae i suoi vantaggi, proponendo all’hotel o al ristorante di turno di entrare a pagamento nella “business list” per aumentare i livelli di visibilità. Non ti interessa. No problem ma stop all’aggiornamento dei dati.

Via d’uscita? Nessuna pare. Ma se alcuni dei milioni di lettori bloccasse il traffico dati e si incamminassero per le strade a sbirciare i ristoranti prima di entrarci? E per gli hotel? Non avete una macchina comoda?

Dimenticavo: la crisi economica è reale e dolorosa, ma tirare a campare con il crowdturfing è meno edificante di fare il tergisperma (cit. di Clerks). Parola di uno che ha fatto un po’ di marketing-infiltration nella vita. Fate vobis.

[Crediti | Link: L’Espresso, Scribd, Dissapore, Gilda35, Ikaro.net. Immagine: Real TripAdvisor Review]