Alla fine possiamo tenerci gli hamburger vegetali (ma non le bistecche)

L'UE ha raggiunto il compromesso lessicale che sta bene alla lobby della carne: “vegetali” possono essere hamburger ma non bistecche.

Alla fine possiamo tenerci gli hamburger vegetali (ma non le bistecche)

La saga dei prodotti meat sounding continua. Dopo il divieto proposto lo scorso autunno in Parlamento UE di chiamare i prodotti vegetali con termini che richiamano quelli a base di carne, è arrivato il compromesso. Ok ai nomi inerenti alle preparazioni come polpette, nuggets e salsicce ma vietato pronunciare (ovvero apporre in etichetta) quelli inerenti alla carne stessa. In altre parole: si può dire hamburger ma non bistecca.

La decisione tutta lessicale è arrivata lo scorso 16 giugno e fa riflettere su almeno un paio di questioni. Innanzitutto sulle priorità dell’UE, anche visti i recenti sviluppi geopolitici, e sull’evidente lobbismo da parte dell’industria della carne. E poi sulla considerazione, più o meno in buona fede, dei consumatori e della loro capacità di discernimento in merito a cosa si sta effettivamente tirando giù dallo scaffale.  Alla fine dunque ci possiamo tenere gli hamburger vegetali, ma anche se fossero state bistecche a noi non sarebbe cambiato niente. Ma a qualcun altro, evidentemente sì.

Hamburger sì, bistecca no

plant based hamburger

560 favorevoli, 75 contrari, 25 astenuti. Il risultato della votazione degli eurodeputati nell’ambito della più ampia riforma del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli (Ocm) parla chiaro. La dicitura “hamburger vegetale o plant-based” è lecita. Liberi tutti dunque di chiamare le cose col loro nome, anche perché alternative non ne abbiamo: hamburger di quinoa, nuggets di tofu, salsiccia di tempeh. Strano che nessuno finora si fosse mai lamentato del qui pro quo rispetto al salame di cioccolato, ma sorvoliamo.

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La decisione è un rovesciamento rispetto allo scorso autunno, in cui 532 voti favorevoli avevano decretato il bando, sotto forma di un quasi proibizionismo lessicale, rispetto all’uso di terminologia riferita ai prodotti di origine animale per quelli vegetali. All’epoca (e davvero rispetto a tutto quello che è successo nel frattempo paiono eoni fa) l’UE ci stava dicendo: l’hamburger vegetale non s’ha da fare. E giusto per restare in tema Promessi Sposi, sembrava destinato a diventare l’Innominato del supermercato.

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Invece eccoci qua, liberi di ripetere “hamburger di soia” ad nauseam, anche a chi per qualche motivo non vanno giù le diete vegetariana e vegana. Ma non basta, perché la faccenda è più complicata di così, anche per noi consumatori si intende. Perché la delibera stabilisce che vanno bene tutti quei nomi legati alle preparazioni tradizionalmente legate alla carne (burger, nuggets, salsiccia, cotoletta) ma non quelli che si riferiscono alla carne stessa e ai suoi tagli.

Termini come bistecca, filetto, costine, cosce, Rib-Eye, bacon e quant’altro (l’elenco è piuttosto lungo, in tutto trentuno referenze) sono vietati. Nella decisione si legge: “Tali termini sono riservati esclusivamente ai prodotti a base di carne e non possono quindi essere utilizzati per prodotti che non contengono carne, come ad esempio quelli ottenuti da colture cellulari”.

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Da queste parole capiamo tre cose. Uno: più che di decisione si tratta di compromesso, e che a trarne beneficio come sempre accade in questi casi è l’industria della carne. Due: lungi dall’essere chiara e cristallina, la decisione appare arbitraria e rischia di confondere ancora di più pubblico e industria. Cosa si può e non si può dire rischia di trasformarsi in una corsa alla consultazione del dizionario. Tre: resta ancora vivo e vegeto lo spauracchio della carne sintetica, nonostante in Europa la ricerca e produzione restino embrionali in tutti i sensi.

Chi dice sì, chi dice no

hamburger di melanzane ricetta

Alla luce della nuova decisione naturalmente non mancano le reazioni, positive e negative, rispetto alla stessa. Favorevoli i soliti sospetti: Lollobrigida, consorzi agricoli, di allevamento e produzione della carne. Per il presidente di Assocarni Serafino Cremonini la delibera valorizza le produzioni di origine animale, tutela la filiera zootecnica e aiuta in maniera trasparente le scelte dei consumatori.

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Anche Coldiretti esprime soddisfazione “per la salute dei cittadini e per la chiarezza su ciò che arriva sulle tavole”. Ma l’appagamento non è completo: secondo l’organizzazione la lista dei nomi dovrebbe essere ulteriormente ampliata, in nome della tutela dei prodotti e dell’informazione al consumatore. Prendiamo nota mentre facciamo i salti mortali sul dizionario dei sinonimi e contrari per trovare un termine alternativo a “polpetta” che non offenda nessuno.

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Fra i critici troviamo prevedibilmente le associazioni ambientaliste e vegetariane. La coalizione No Confusion definisce “inutile” il divieto, e chiede una valutazione più approfondita in merito alla delibera. Rafael Pinto di European Vegetarian Union esprime perplessità rispetto a tutta la faccenda, sostenendo che il problema non esista, e che anzi vada in contraddizione con altre priorità dell’Unione.

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Massimo Santinelli, CEO di Biolab, delucida ulteriormente: “Il divieto non aiuta nessuno: né gli agricoltori, né i consumatori, né le imprese che hanno scommesso sull’innovazione”. E aggiunge: “L’Italia ha le competenze e la tradizione per diventare protagonista della transizione proteica: un vero peccato sprecare questa opportunità con norme che guardano al passato invece che al futuro”.

Ricordiamo che comunque la saga non finisce qui. Il testo è in attesa dei dettagli tecnici prima di passare al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca con i rispettivi ministri degli stati membri. Dopodiché si passa al voto finale in sede plenaria al Parlamento Europeo. Solo allora potremo sapere in via definitiva se quello vegetale potrà essere chiamato hamburger o, chessò, Franco.

 

 

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