Alle Falkland è scoppiata un’altra guerra: stavolta il nemico sono 50mila tonnellate di salmoni

Gli abitanti chiedono un referendum per avere voce in capitolo rispetto al destino ambientale dell'arcipelago.

Alle Falkland è scoppiata un’altra guerra: stavolta il nemico sono 50mila tonnellate di salmoni

I tempi della Lady di Ferro contro la sanguinaria junta dei generali saranno pure relegati ai libri di storia. Ma nelle isole Falkland oggi è in corso un’altra guerra. Stavolta si litiga per un allevamento di salmoni, progetto enorme e ambizioso che potrebbe cambiare le sorti dell’arcipelago al largo dell’Argentina. Il destino industriale e ambientale delle isole sotto protettorato britannico (a testimonianza del fatto che quella volta Margaret Thatcher ne uscì vincitrice) è incerto e sta dividendo l’opinione pubblica.

Da una parte ci sono i pro: le Falkland potrebbero diventare la nuova frontiera del salmone allevato, con prospettive vantaggiose a livello di investimenti e posti di lavoro. Dall’altra i contro, preoccupati soprattutto per inquinamento, insostenibilità del progetto e conseguenze sull’ecosistema. Con in mezzo un governo neutrale, gli abitanti chiedono di poter intervenire direttamente nella decisione tramite l’indizione di un referendum.

L’allevamento

allevamento-salmone

Le Falkland, o se preferite Malvinas (dipende da che parte state in ambito geopolitico) sono isole remote e selvagge. Ci abitano solo in 3500, ampiamente superati dalla fauna oceanica: leoni marini, elefanti di mare, delfini, balene. I più noti di tutti però sono i pinguini, con ben cinque specie a saltellare sulle spiagge terrose di questo arcipelago atlantico lontano da tutto.

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In questo paradiso brullo però le cose potrebbero cambiare. Unity Marine, joint venture della società di pesca locale Fortuna e dell’azienda danese F-land Aps, vuole costruire un enorme allevamento di salmoni. Un progetto su scala intensiva da ben 50mila tonnellate di salmoni l’anno distribuiti su sedici diversi impianti all’interno dell’arcipelago. E che giunge con una proposta allettante: 35 milioni di sterline per l’economia locale, corrispondenti a circa l’11 percento del prodotto interno lordo; e 133 nuovi posti di lavoro.

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Il progetto non nasce all’improvviso: già nel 2022 Unity Marine ci aveva provato, ma il governo si era opposto alla realizzazione dell’allevamento. Allora l’azienda aveva fatto ricorso, ottenendo il consenso a riprovarci previa presentazione di una procedura di consultazione. L’iter legale è accompagnato da un report in cui Unity Marine descrive il progetto e l’impatto a 360 gradi sull’arcipelago.

Il referendum

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Il problema, per gli isolani, sta proprio qui. L’associazione Salmon Free Falkland (letteralmente Falkland senza salmoni), principale megafono dell’opposizione, è molto critica rispetto alle proiezioni presentate sul report di Unity Marine. Le informazioni sono insufficienti circa l’impatto reale dell’allevamento sull’ecosistema dell’arcipelago. Ad esempio: le criticità osservate in allevamenti simili nel mondo, come alto tasso di mortalità dei salmoni ed eliminazione delle carcasse, non sono nemmeno menzionate.

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Sulla questione interviene anche Louise Cherrie, membro dell’autorità per la protezione ambientale in Tasmania che fa da consulente per SFF. Il report, secondo Cherrie, è “praticamente inutile”. Dice: “La capacità di questi allevamenti non è ancora stata determinata in senso scientifico. Il regolamento e gli impatti non sono ancora stati calcolati, per cui gli abitanti delle Falkland non sono in grado di compiere una scelta informata rispetto al costo-beneficio del progetto”.

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Secondo Tom Appleby della ONG Blue Marine Foundation “è incredibile che il governo delle Falkland presenti al pubblico un report che non usa dati verificati da enti terzi indipendenti. Il documento è così pieno di dichiarazioni di non responsabilità rispetto alle fonti scientifiche, che alla fine risulta insensato”.

In mezzo dicevamo c’è un governo ignavo, che ufficialmente non sostiene né oppone l’allevamento Unity Marine. Da cui la richiesta di indire un referendum da parte delle poche migliaia di cittadini. O per meglio dire isolani, vista l’assenza di vere e proprie città nell’arcipelago. Ok, la capitale Stanley è definita tale, ma andatevi a guardare le immagini: si tratta in sostanza di un paesotto con le casette che sembrano prese in prestito dal Monopoli.

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Ebbene, questo sparuto gruppo di persone non si ferma davanti a niente. E spera presto di avere nella matita voce in capitolo rispetto al futuro di uno dei pochi territori praticamente vergini sul pianeta. Il processo di consultazione legale è appena iniziato, e si svolgerà dal 7 agosto al 30 ottobre. Fino a quel momento non cesseranno le ostilità, senza armi ma con la democrazia.

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