di Chiara Cavalleris 7 Settembre 2018

“Starbucks, la colonizzazione mondialista dei palati. File di pecoroni cosmopoliti post-identitari, cultori dell’omologazione culinaria e del gastronomicamente corretto”: parole dure quelle spese da Diego Fusaro (sul suo profilo Facebook) contro gli avventori di Starbucks, che in queste ore stanno facendo la fila per entrare nella Reserve Roastery, caffetteria di lusso con torrefazione di piazza Cordusio, a Milano.

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Lui, il filosofo (…) che con qualche ospitata televisiva è riuscito a diventare il portavoce di tutte le teorie che speravamo di non rispolverare, e per questo degno soggetto di una pagina di Wikipedia, da qualche giorno porta la bandiera del boicottaggio contro la catena di caffetterie più potente del pianeta.

Fin qui, niente che non potessimo aspettarci dal vanesio Fusaro, da anni impegnato in una battaglia intellettuale del tutto personale contro “i mondialisti”, che con “il loro gastronomicamente corretto contro l’eccellenza italiana” puntano allo “stradicamento alimentare e al livellamento planetarizzato dei palati” (dice così sul suo blog).

Non è così assurdo che oggi, giorno di inaugurazione della “caffetteria cosmopolita”, abbia tolto dalla naftalina il suo monologo su Youtube, “Cibo, cultura e gastronomicamente corretto”, saggio audiovisivo capace di farci venire voglia di Coca Cola anche se non abbiamo sete.

Sempre oggi passa dalle parole ai fatti, mostrandoci ciò che sta mangiando per distinguersi dai pecoroni in coda da Starbucks. Ecco come Diego Fusaro mangia italico: ostriche, bruschette con il pomodoro, mozzarelline e birra Ichnusa.

Evitiamo di annoiarvi, pure noi, con la faccenda del pomodoro, che è roba da sussidiario, e delle ostriche, anch’esse oggetto di antica importazione. Passiamo al sodo: veramente Diego Fusaro è cascato nel dozzinale tranello dei quattro mori sulla bottiglia di Ichnusa? Crede che sia..sarda?

Si tratta, probabilmente, dell’operazione di marketing più ben riuscita nel mercato crafty (l’industria mima le mosse dell’artigianale, normalmente con l’aiuto della semiotica): un marchio acquisito nel 1986 dalla multinazionale olandese Heineken e che oggi ostenta, oltre alla bandiera sarda, la dicitura “non filtrata” o “cruda”, bisbigliandoci che, su per giù, è fatta come una craft.

Chissà se Diego Fusaro l’ha trovata buona, la birra di eccellenza italica. In caso contrario, gli suggeriamo dei birrifici davvero italici, nello specifico sardi e pure artigianali, ben lontani dal “turbocapitalismo” che tanto lo affligge: provi con Barley, Birrificio di Cagliari, Mezzavia e P3 Brewing.