Ennesima puntata di una delle vicende aziendali più controverse degli ultimi tempi, quella dell’ascesa e dell’ingloriosa caduta del gigante scozzese della birra artigianale BrewDog. Una storia iniziata nel 2007 dagli amici e fondatori James Watt e Martin Dickie, capaci di distinguersi per un modello di crescita aggressivo, arrivando al suo apice a contare quattro birrifici e circa cento pub in tutto il mondo. Un’immagine pubblica e un l’espansione globale che però nascondevano oltre 500 milioni di sterline di debiti accumulati, una situazione che ha causato il crollo della società e la conseguente cessione.
Ora la relazione stilata dagli amministratori giudiziari di AlixPartners ha evidenziato la presenza di “fondi insufficienti” per soddisfare le spettanze dei creditori del ramo al dettaglio della società: tra i debiti insoluti figurano 2,4 milioni di sterline dovuti all’agenzia fiscale britannica HMRC per l’IVA non versata, oltre a stipendi non saldati e fatture arretrate verso altre imprese. Le cause di questa carenza di liquidità nel ramo al dettaglio sono state attribuite dagli amministratori a un “livello ridotto di ricavi” e all’aumento dei costi sostenuti durante il periodo di amministrazione controllata.
Niente soldi per i lavoratori licenziati
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L’impatto del collasso è stato immediato per la rete commerciale e per l’occupazione, portando alla chiusura istantanea di 38 pub nel Regno Unito e al licenziamento di 440 dipendenti. Ai lavoratori licenziati spettavano circa 490.000 sterline in salari non pagati, ma la relazione ha confermato che non riceveranno alcun indennizzo diretto dalla società: gli ex dipendenti sono stati quindi indirizzati all’Insolvency Service del governo britannico per accedere ai sussidi statali previsti.
Anche la vasta platea di circa 200.000 piccoli investitori che avevano aderito allo schema di crowdfunding Equity for Punks ha visto azzerato il valore dei propri titoli e gli amministratori hanno confermato che tali azioni, acquistate solitamente con un investimento medio di circa 500 sterline in cambio di quote, sconti e vantaggi aziendali, ormai non hanno “alcun valore”.
La voragine finanziaria ha colpito duramente anche i grandi creditori e le istituzioni finanziarie. I creditori chirografari vantano complessivamente circa 190 milioni di sterline e si prevede che riceveranno meno di un penny per ogni sterlina spettante. Il fondo di private equity TSG, che nel 2017 aveva rilevato una quota del 22% per 213 milioni di sterline, ha visto del tutto azzerato il proprio investimento e non riuscirà a recuperare crediti per quasi 28 milioni di sterline. Tra gli istituti di credito bancari, HSBC prevede di recuperare soltanto circa 42 milioni di sterline sui 61 milioni di credito vantati.
Nel contesto del crollo, la società statunitense di bevande e cannabis Tilray ha acquisito il marchio BrewDog, la proprietà intellettuale, i birrifici britannici e 11 pub con un intervento di salvataggio del valore di circa 33 milioni di sterline, in un’operazione che ha consentito il trasferimento e il mantenimento del posto di lavoro per 736 dipendenti. Parallelamente, la società controllante BrewDog PLC dovrebbe saldare integralmente il proprio creditore privilegiato HMRC, versando 3,66 milioni di sterline legate prevalentemente all’IVA e alle accise.
Nel corso della procedura, gli amministratori giudiziari hanno ottenuto modeste somme attraverso la vendita di alcuni beni aziendali minori. Un terreno di 7,8 acri situato a Potterton, nell’Aberdeenshire, è stato venduto a un agricoltore locale per 41.300 sterline, mentre un accordo relativo a attrezzature per bevande cedute al Marylebone Cricket Club, proprietario dello stadio Lord’s, ha generato 62.000 sterline. Inoltre, nove veicoli aziendali di “età avanzata e varia idoneità alla strada” hanno fruttato appena 6.250 sterline da un’unica vendita, mentre i restanti veicoli sono stati abbandonati.
In questa drammatica situazione per un’azienda che una volta era l’esempio più fulgido di una storia di successo di un birrificio artigianale, si attende ancora un commento da parte del co-fondatore James Watt, che già aveva dichiarato di essere rimasto “con il cuore spezzato” per poi le proprie scuse al personale e agli investitori.
La sua gestione alla guida di BrewDog era stata in passato al centro di polemiche per trovate pubblicitarie di dubbio gusto e per un ambiente di lavoro definito “tossico”, aspetti per i quali aveva già espresso scuse ufficiali. Dopo il rifiuto della sua offerta per riacquistare BrewDog, Watt ha avviato nuove attività tra cui Social Tip e il marchio birrario Second Best, offrendo azioni gratuite agli ex investitori di BrewDog, in un’operazione che ha causato i malumori di diversi ex investitori che hanno presentato segnalazioni all’Information Commissioner’s Office sollevando dubbi sulla legalità dell’acquisizione dei loro dati di contatto.


