Il mercato globale del cacao si trova oggi ad affrontare una fase di profonda incertezza, sospeso tra le bizzarrie del clima e le tensioni che scuotono lo scacchiere geopolitico. In questo scenario complesso è interessante guardare alle mosse di Barry Callebaut, uno dei maggiori trasformatori di cacao al mondo, che cerca di rispondere all’emergenza facendo valere, certamente, il suo peso sul mercato, ma anche cercando di bilanciare la prudenza con una strategia strutturata. Il protagonista indiscusso di queste preoccupazioni è ovviamente, El Niño, quest’anno anche nella sua versione potenziata, con il potere di sconvolgere i regimi delle piogge e delle temperature a livello globale.
Il mercato del cacao vs. El Niño
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Secondo le stime dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, esiste una probabilità dell’80% che questo fenomeno si sviluppi pienamente entro agosto, con il rischio concreto di durare almeno fino a novembre, e per i coltivatori di cacao, questo si traduce in una minaccia diretta: calore estremo e siccità nell’Africa occidentale, regione che garantisce oltre il 60% della produzione mondiale, e piogge torrenziali in Ecuador.
Hein Schumacher, il CEO di Barry Callebaut entrato in carica a gennaio, ha espresso una visione cauta ma non allarmista durante una recente conferenza stampa. Egli ha previsto che El Niño potrebbe far lievitare i prezzi delle fave di cacao di alcune migliaia di sterline per tonnellata metrica, pur sottolineando che non si dovrebbero vedere i picchi drammatici degli ultimi due anni. Schumacher ha infatti dichiarato che “solitamente verso la fine di giugno e luglio si inizia a comprendere a cosa porterà (El Niño)”.
A rassicurare parzialmente gli investitori è intervenuto anche il direttore finanziario della società, Peter Vanneste, il quale ha evidenziato come la situazione attuale sia profondamente diversa da quella del biennio precedente: mentre nel 2023 e nel 2024 il fenomeno climatico aveva colpito un mercato già indebolito da tre anni consecutivi di deficit produttivo, oggi il punto di partenza è più solido. Vanneste ha spiegato chiaramente la differenza: “nel 2023/2024, El Niño ha coinciso con il raccolto principale e ha segnato il terzo anno consecutivo di deficit. In contrasto, oggi, partiamo da una posizione di forte eccedenza con ampie scorte di cacao che entrano nel nuovo anno di raccolto”.
Questa disponibilità di magazzino funge da cuscinetto contro la volatilità estrema, supportata da una strategia aziendale che punta sulla diversificazione delle origini, sulla flessibilità degli approvvigionamenti e sul potenziamento delle capacità di miscelazione delle fave.
Tuttavia, il clima non è l’unica variabile nell’equazione dei costi di Barry Callebaut. Le tensioni in Medio Oriente e il rischio di conflitti che coinvolgano l’Iran hanno spostato l’attenzione sui prezzi dell’energia, e il carburante è diventato una delle preoccupazioni principali per la pianificazione finanziaria del prossimo anno. Schumacher ha sottolineato come questa voce di costo sia fondamentale: “ha un impatto diretto sulle nostre operazioni e un impatto indiretto sulla domanda e così via; è un aspetto che dobbiamo valutare per capire in che misura possiamo e vogliamo compensarlo”.
Nonostante queste sfide, i segnali che arrivano dalla filiera offrono alcuni spunti di riflessione: i dati sulla macinazione del cacao in Costa d’Avorio, per esempio, spesso utilizzati come indicatore del consumo di cioccolato, hanno mostrato una crescita significativa del 39,7% su base annua nel mese di maggio. Resta però un clima di vigile attesa per quanto riguarda il recupero complessivo dei volumi. Vanneste, analizzando l’andamento del mercato, ha concluso dicendo che “l’aspettativa è che aumenterà, ma la domanda richiederà tempo per riprendersi. Quindi è qualcosa da tenere d’occhio”.

