di Chiara Cavalleris 16 Novembre 2017

“E alla sua sinistra, GENTILE PRESIDENTE, può osservare le galline”.

Apertura puntuale ieri 15 novembre per FICO Eataly World, con breve cerimonia d’inaugurazione davanti al premier Paolo Gentiloni, realmente impressionato dalla sfilata degli ovipari. Di seguito, la pacifica invasione dei primi visitatori divisi tra senso di stupore e alienazione per uno spazio enorme dall’aria vagamente aeroportuale.

Comprensibile: duecento razze animali e sessanta vitigni impiantati in un’unica area visiva, per dare due numeri, qualcosa dicono della più mastodontica e inevitabilmente artificiosa riproduzione di filiera mai ideata.

Tutti i ristoranti di Fico Eataly World.

Del resto è stato proprio chi l’ha immaginata, il signor Eataly Oscar Farinetti, avventuratosi nella biblica impresa insieme a Coop, a definirla “la Disneyworld dell’agroalimentare”, vanificando la più plausibile critica alla Fabbrica Italiana COntadina di Bologna.

Più didattico di un Eataly, più piccolo di Expo 2015 – “Nutrire il pianeta”, più bello di un Autogrill, più interattivo di un’azienda alimentare e più divertente di un museo, FICO è al contempo tutto questo.

Quelle che lì si chiamano “Giostre” sono spazi multimediali  incentrati sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente nel tempo, nella prospettiva della nutrizione e della cultura alimentare.

Entrare in questi exibit interattivi costa due euro, ma sono teatrali, coinvolgenti, educativi e ad alto contenuto informativo; c’è ben poco di puerile, questa è roba per ragazzi a cui piace andare a scuola e adulti ancora curiosi.

Sono forse le aree meglio riuscite di FICO, alternative alla lunga galleria dove ogni metro è marchiato da un’azienda. Il pianoforte d’ordinanza che allieta i visitatori come nelle più belle stazioni metropolitane è sponsorizzato da un marchio di elettrodomestici, per dire.

Perché il parco tematico, in caso non si fosse ancora capito, ruota intorno a quaranta fabbriche, che a loro volta hanno investito, costruito e inserito nella struttura una ventina di dipendenti a testa per riprodurre in miniatura i propri impianti.

Soprattutto, e qui sta l’aspetto visionario farinettiano, l’intera filiera è in attività davanti agli occhi del visitatore. Quindi vedremo fare il vino con le uve maturate e vendemmiate a FICO, nella piccola cantina gestita da Cevico, per esempio.

Per giunta, i sedici ristoranti presenti dovranno acquistare l’80% degli alimenti dagli stessi produttori interni. Dalla terra al piatto, almeno a carattere dimostrativo, mettiamola così.

Fico Eataly World: mappa, informazioni pratiche, come arrivare.

Lampante la forbice tra aziende di piccole e grandi dimensioni. I panettoni sono Balocco e il latte è Granarolo, ma la pasta secca è Di Martino e i sughi sono firmati Almerigo.

Lo spazio del Consorio Parmigiano Reggiano sembra una boutique di orologi di lusso e Pizzoli, quello delle patatine surgelate, ha allestito un “Bistrot della patata” che non rende onore all’edificio. A dirla tutta sono proprio i marchi più commerciali a essersi giocati peggio la carta FICO, con le mise en place più discutibili.

Altalenante anche la scelta dei produttori che non troverete sulla cartina di FICO, ma che saranno presenti con le loro etichette, tra scaffali e botteghe.

Se usiamo Eataly come punto di riferimento per fare un paragone, possiamo dire che il comparto enoteca si mantiene sullo stesso (elevato) standard, così come quello dei salumi, ma sul formaggio scende l’asticella: la varietà è poco rappresentativa e le vetrine ben lontane dalle sfumature di ocra a cui Farinetti ci aveva abituati nei suoi non-supermercati.

Danno il meglio di sé i tre irriducibili di Eataly, quelli dei comparti olio, carne e birra.

Franco Roi, dell’omonimo frantoio, si esprime in una scenografia sanremese e nell’”Ulivo Bistrot”, aperto con Focaccerie Grano Torino, che nonostante il nome rappresenta al meglio la focaccia ligure.

Birra Baladin, di fronte al luppoleto e al microbirrificio da 600 litri tirato su per l’occasione, fa una selezione di birra artigianale esemplare con una legenda per stili a prova di neofita, con 60 birrifici in rappresentanza di tutta la Penisola,  chiaramente distinti dai marchi industriali (aspetto non scontato, se si considera che da Eataly questo non sempre accade).

La Granda propone frollature da capogiro e apre la cucina insieme a Zivieri, tra gli apripista della “selvaggina cacciata”, che macella animali comunque destinati all’abbattimento nell’Appennino Bolognese.

Un caso esemplare, che a FICO si traduce in battuta di daino a prezzi bassi, considerando la media della ristorazione locale. Non certo economica, forse per la ricercatezza di molti menù, forse anche perché il biglietto della Fabbrica Italiana COntadina non si paga, e da qualche parte bisogna pur incassare.

A questo proposito, alle casse ci sono Le Poste Italiane, le stesse che hanno parcheggiato tra le botteghe le biciclette con cestino per snellire la spesa, pronte a spedire in qualunque parte del mondo gli acquisti fatti.

Questo per rendere l’idea della portata logistica di FICO, che auspicabilmente vedrà i suoi giorni migliori nei mesi meno freddi, con le piante in fiore e i frutti sugli alberi, non solo nelle didascalie della cartellonistica.

Andateci con un po’ di tempo, con un po’ di fame ma non troppa, senza arcuare il sopracciglio sull’uva Croatina piemontese a pochi metri dal vitigno Cataratto siculo.

Comprate ciò che non trovereste altrove, guardate all’auto-promozione delle imprese coinvolte come al costo del biglietto che non avete pagato, incuriosite i bambini affinché siano loro stessi a chiedervi di andare a vedere un allevamento vero.

O di andare a raccogliere le more nei boschi.

commenti (5)

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  1. Avatar Paolo ha detto:

    Copioincollo:
    “i sughi sono firmati Almerigo.”
    Non è per caso “Amerigo”, come ho letto nelle presentazioni?

  2. Avatar Msimone ha detto:

    Una cosa enorme fatta in un posto scarsamente popolato. Non lo so; io personalmente non riesco a capire come pensano di far arrivare il numero di visitatori necessari per rendere la struttura profittevole. Anche perché non ci si va per caso come a New York; bisogna andarci di proposito. Quindi il numero di visitatori occasionali è per ragioni logistiche pari a zero. Credo che sarà per le scolaresche un alternativa ad altre gite; ma quello non è un target che spende.

    1. Avatar giovanni ha detto:

      anche senza andare si sente il puzzo di fuffa lontano un miglio.
      Tanto per dirne una, l’autobus costa 7 euro (per l’andata-ritorno, 5 un viaggio solo), le auto hanno 2 ore di parcheggio gratis, utile solo se si va diretti in un posto solo, altrimenti stare una giornata sono minimo 6 euro, in treno c’è lo sconto solo per le Frecce, che sono carissime, i bus navetta costano più della somma bus-regionale. Eh, ma l’ingresso è gratis! 😀

  3. Avatar MAurizio ha detto:

    Mi chiedo se la scelta della location sia stata appropriata. Un complesso del genere ha senso se attira migliaia di visitatori, possibilmente anche (e soprattutto) provenienti da “lontano”. Ma vive sugli indigeni. Per quanto la zona sia ricca di tradizioni agro-alimentari, finito l’entusiasmo della novita’, sara’ in grado di generare abbastanza visitatori da assicurare il business ? Magari anche solo un flusso continuo di scolaresche. Ma un’area piu’ densamente popolata, dal milanese all’area romana non sarebbe stata piu’ opportuna ? Davvero ci sara’ gente che si parte da Canacatti’ per andare a vedere il FICO di Farinetti ? Ai posteri …

    1. Avatar mb ha detto:

      Non conosco la sede di FICO ma conosco Roma e dintorni e secondo me non sarebbe una buona idea. Attirerebbe troppe persone, verrebbe “rovinato”, si snaturerebbe. Troopa gente, troppo caos, troppa maleducazione, troppa sporcizia