Tra le corsie dei supermercati italiani, il paesaggio sta cambiando silenziosamente ma inesorabilmente. Non sono più i tempi delle grandi confezioni famiglia o delle scorte settimanali pensate per nuclei numerosi, un tempo simbolo del benessere domestico, e oggi, osservando i carrelli, si scorge una realtà diversa: monoporzioni, piatti pronti e prodotti focalizzati sul benessere individuale che riflettono una società che invecchia e si rimpicciolisce. La denatalità non è più solo un dato statistico nei rapporti dell’Istat, ma una forza viva che sta ridisegnando i consumi, la produzione e il mercato del lavoro nel nostro Paese.
Denatalità e invecchiamento: una sfida complessa

Secondo i dati emersi durante l’ultima assemblea di Unione Italiana Food a Milano, dal 2008 l’Italia ha perso il 35,8% delle nascite, e le proiezioni per il 2050 non lasciano spazio a fraintendimenti: la popolazione scenderà a 54,7 milioni di abitanti e un italiano su tre avrà più di 65 anni. In questo scenario, quattro famiglie su dieci saranno composte da una sola persona e questa trasformazione demografica ha spinto le imprese del settore alimentare, una delle voci più importanti vico dell’economia nazionale con un fatturato di 62 miliardi di euro, a prendere atto della situazione e cercare delle soluzioni collaborando con le istituzioni.
Gigi De Paolo, presidente della Fondazione per la natalità, ha inquadrato il problema senza giri di parole: “La denatalità è insieme un problema economico e sociologico. Non dimentichiamo che oggi la seconda causa di povertà dopo la perdita del lavoro è la nascita di un figlio”. Una difficoltà strutturale che si riflette direttamente sulla capacità delle imprese di trovare forza lavoro: Unionfood segnala che la difficoltà di reperimento di operai specializzati supera il 50% in diverse aree del Paese, aggravata da una fuga di cervelli che nel solo 2024 ha visto oltre 93.000 giovani lasciare l’Italia.
Di fronte a questa emergenza, le aziende non possono restare a guardare: molte hanno già implementato programmi di welfare aziendale, congedi parentali rafforzati fino al 100% della retribuzione e modelli di lavoro flessibili per sostenere i dipendenti che scelgono di diventare genitori, ma, come sottolineato dal presidente di Unionfood, Paolo Barilla, lo sforzo dei privati non può bastare da solo per invertire la rotta.
Durante l’assemblea, Barilla ha dichiarato: “L’industria alimentare ha sempre saputo leggere i cambiamenti della società e trasformarli in risposte concrete. L’abbiamo fatto con l’evoluzione dei consumi, con la crescita dell’export, con l’innovazione di prodotto. Oggi siamo di fronte a una sfida diversa per scala e urgenza: la transizione demografica richiede un patto tra imprese e istituzioni, per costruire insieme un sistema stabile di incentivi perché la genitorialità diventi economicamente sostenibile per le famiglie e competitivamente neutrale per le imprese”.
Cambiare per essere più attrattivi sul mercato del lavoro, ma anche per venire incontro all’inesorabile evoluzione dei consumi: il tempo passato ai fornelli è diminuito drasticamente, attestandosi ormai a soli 68 minuti al giorno, il 13% in meno rispetto al 2019. Si cerca la qualità, ma in formati più piccoli e facili da preparare, e il cibo viene sempre più percepito come un alleato della salute, portando alla crescita di prodotti plant-based, funzionali e arricchiti con proteine o probiotici. Persino il settore del baby food si sta evolvendo: meno volumi, data la scarsità di neonati, ma una specializzazione estrema e un valore aggiunto sempre più alto.
L’innovazione sembra dunque la chiave per restare competitivi, sia sul mercato interno che su quello internazionale, dove l’export continua a correre con una crescita del 9,2%. Sempre Barilla ribadisce però l’importanza di non adagiarsi sui successi passati: “Spesso ci si concentra sulla qualità delle nostre materie prime e sul valore dei prodotti Dop e Igp o della pasta e dell’olio, solo per fare alcuni esempi, ma se queste sono basi imprescindibili da preservare e valorizzare, dobbiamo anche essere capaci di unire questi ingredienti e offrire una componente innovativa e di servizio che i consumatori ci chiedono”.
La transizione demografica italiana non è una fase e non si vedono all’orizzonte soluzioni convincenti né sul medio né sul lungo termine, rappresentando quindi una sfida nazionale che richiede una risposta corale. Il settore alimentare sta investendo tre miliardi di euro all’anno per adattarsi a questo nuovo mondo, ma chiede che lo Stato faccia la sua parte attraverso decontribuzioni strutturali e il potenziamento delle infrastrutture sociali, come gli asili nido, non potendo lasciare tutto lo welfare sulle spalle di alcune aziende virtuose.
Lo stesso presidente dell’associazione lo ricorda nel suo appello finale alle istituzioni: “Abbiamo bisogno che lo Stato costruisca con noi un sistema stabile di incentivi perché la genitorialità diventi economicamente sostenibile per le famiglie e competitivamente neutrale per le imprese: la denatalità è una sfida nazionale, anche la risposta deve esserlo”.


