I Lotofagi dell’Odissea non mangiavano il loto

Il film di Nolan ha riacceso l'interesse per una questione a lungo dibattuta fra botanici, storici e linguisti.

I Lotofagi dell’Odissea non mangiavano il loto

Chi l’avrebbe mai detto che nel 2026 ci saremmo appassionati a un poema epico di tremila anni fa? Eppure eccoci qua, nell’estate dominata (fra le altre cose) dall’Odissea. Il racconto di Omero reinterpretato da Christopher Nolan e dal suo cast pluristellare sta sbancando i botteghini di tutto il mondo, compresi i rarissimi IMAX a 70 mm per godersi ancora meglio le avventure dell’Odisseo di Matt Damon.

Fra combattimenti, divinità, creature magiche e mostruose, spuntano anche i Lotofagi. Un popolo misterioso che si ciba di loto, il cui frutto cancella la memoria e offusca i sensi. Chiariamoci: sia nel racconto sia nel film, la scena è rapida e non particolarmente memorabile – e non vale solo per le proprietà magiche del frutto. Tuttavia la sua presenza, ieri e oggi, ha riacceso un dibattito fra botanici, storici e linguisti.

Esattamente cos’è il loto cui Omero fa riferimento? Parliamo della stessa pianta il cui fiore-simbolo viene reiterato in molte religioni orientali? Oppure si tratta di qualcos’altro? A scavare nella questione viene fuori che probabilmente i Lotofagi non lo mangiavano. O almeno, non nel senso in cui lo intendiamo noi oggi.

Chi erano i Lotofagi?

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Per trovare la prima attestazione di questa tribù misteriosa dobbiamo prendere in mano proprio l’Odissea. Omero (o chi per lui/loro) infatti è il primo a descriverla, e ci arriva con calma nel libro nono. Che per inciso corrisponde al punto in cui il lettore viene a conoscenza delle peripezie di Odisseo. Ci troviamo alla corte dei Feaci, e il nostro eroe è finalmente pronto a svelarci cosa lo abbia trattenuto lontano da Itaca per così tanto tempo.

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La prima tappa degna di nota è proprio la terra dei Lotofagi, letteralmente i mangiatori di loto. Omero li colloca su un’isola “oltre Citera” e non aggiunge altro circa il contesto geografico. Gli abitanti non sono ostili, anzi: prontamente offrono i frutti dolcissimi ai compagni di Odisseo in avanscoperta. Peccato però che il loto cancelli la memoria, e faccia perdere completamente agli esploratori la voglia di tornare.

Così Odisseo è costretto a riportarli a forza sulla nave e ad allontanarsi il più velocemente possibile fra i loro pianti disperati. Chissà se sarebbero stati meglio lì, visto che la tappa successiva sarà nella terra dei Ciclopi, tra le grinfie di Polifemo. Molti di quei compagni che avrebbero volentieri annegato i loro ricordi nel soporifero e apatico loto finiranno mangiati vivi. Ma questa è un’altra storia.

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Torniamo a noi con Erodoto, considerato il primo storico dell’antichità e il secondo a occuparsi dei Lotofagi. Nelle sue Storie, li colloca su un promontorio in Nord Africa e ci dà qualche cenno in più circa il gusto del loto. Secondo Erodoto è grande e dolce come quello della palma, per capirci stile dattero, e da esso ci si ricava anche un vino stucchevole e particolarmente alcolico.

Altri cenni sparsi arrivano dal geografo Artemidoro di Efeso, che pone la tribù nell’odierno Marocco e fa riferimento al loto come radice succulenta nel deserto. Ci torna infine Strabone, storico greco che visse in epoca romana. Secondo lui i Lotofagi vivevano sull’isola di Djerba al largo della Tunisia, e il loto corrispondeva a una bacca selvatica dal sapore particolarmente dolce.

Il loto nell’antichità

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Detta così non è che ci si capisca molto. I cenni discordanti circa la geografia e la specie botanica del loto mangiato dai Lotofagi ci lasciano ancora più confusi. Un aiuto più concreto arriva dalla linguistica. Che come prima cosa ci aiuta a eliminare un grande contendente a questa diatriba. Il loto di epoca omerica sicuramente non corrisponde al loto asiatico. Quello del buddismo per intenderci.

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La parola “loto” nella società omerica pre-greca è in realtà un termine ombrello per piante diverse. L’australiana Greta Hawes, professoressa di storia antica presso la Macquarie University, lo paragona al termine “sgombro” con cui si indicano svariate specie di pesci. Difficile capire esattamente di cosa parlava Omero dunque, tanto più quando mancano chiari riferimenti geografici.

Per l’archeologa Elizabeth Fentress un candidato papabile è lo Ziziphus lotus, un arbusto anche conosciuto come jujuba. Corrispondono l’area (la costa tunisina descritta da Strabone) e la botanica (bacche commestibili che possono essere fermentate). Della stessa idea il linguista Andrew Dalby, che lo definisce “antico snack” tascabile per cacciare e lavorare. E che una volta trasformato in vino acquista effetto rilassante.

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Proprio su questo punto però iniziano le polemiche, almeno se decidiamo di seguire la logica omerica. Nell’Iliade e Odissea il vino scorre a fiumi, talmente intriso nella cultura sociale che persino il mare viene definito color del vino. Secondo la teoria dunque, se l’escamotage dei Lotofagi fosse stato quello di un alcolico particolarmente potente, Omero lo avrebbe scritto chiaro e tondo. Invece menziona il frutto che da solo, senza fermentazione, riesce a cancellare la memoria.

Secondo l’umanista Peter Struck piuttosto siamo di fronte a una vera e propria droga. In questo caso il candidato ideale diventa la Nymphaea caerulea o ninfea blu, pianta acquatica diffusa sul Nilo e utilizzata dagli Egizi per scopi rituali. D’accordo anche Alain Touwade, storico delle piante medicinali nel Mediterraneo, che ne cita le proprietà allucinatorie. Il fiore provoca euforia, può alleviare l’ansia e indurre il sonno.

Cosa “mangiavano” i Lotofagi?

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Alla fine dei giochi dunque siamo arrivati a una teoria più condivisibile anche per i nostri canoni moderni. Ovvero quella che sposta l’attenzione dall’alimento all’uso continuato come droga. Che si trattasse di frutto o fiore, probabilmente il loto dei Lotofagi era consumato con regolarità. L’assuefazione era la loro caratteristica principale, con effetto allucinatorio costante ma blando. Chiaramente per chi come l’equipaggio di Odisseo non era abituato, la “botta” risultava molto più forte e difficile da gestire.

In questo contesto altri studiosi hanno avanzato l’ipotesi del papavero da oppio. La pianta stupefacente per elezione era ben nota anche nei tempi antichi, e chi ne era dipendente poteva farne uso diverse volte al giorno. Alan Sumler, autore del libro Intoxication in the Ancient Greek and Roman World, sostiene che a quel tempo solo quella droga avrebbe potuto dare l’effetto descritto nel poema.

Mistero risolto? Assolutamente no. Anche perché resta aperta l’ipotesi che Omero si sia inventato tutto. Del resto l’Odissea è disseminata di cose che non esistono, fra sirene e mostri marini. Piuttosto, in puro stile omerico, il loto non sarebbe altro che un simbolo per marcare la differenza tra mondo barbarico e mondo civilizzato. Il loto che assopisce e rimbambisce è decisamente anti-greco, e dunque anti-eroico.

Chissà dunque cosa direbbe Omero, di noi che oggi ci accapigliamo su cosa fosse il loto, o sui pochi posti disponibili in sala. Certo è che la magia rimane, da Kirk Douglas a Bekim Fehmiu. Fino all’Odissea del 2026, che nonostante le metafore fantastiche ci appare opera più umana che mai, anche a tremila anni di distanza.

 

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