I “turbo polli” crescono così in fretta che le zampe non li reggono, e sono legali

La Danimarca vuole vietare i polli che raggiungono 2 kg in appena 33 giorni, mentre nel resto d'Europa continuano a essere allevati.

I “turbo polli” crescono così in fretta che le zampe non li reggono, e sono legali

Fuori dall’Italia c’è un grande dibattito sui polli da allevamento intensivo, che ci concerne, anche se da noi ne parliamo poco. In Danimarca in queste settimane il governo si sta muovendo per vietare i cosiddetti turbo polli, ovvero un ibrido di pollo, chiamato Ross 308, a crescita rapida molto diffuso negli allevamenti intensivi. Questi polli alla nascita pesano circa 50 grammi e dopo appena 33 giorni raggiungono i 2 kg. Per intenderci, gli altri polli ci mettono dai 46 ai 63 giorni a raggiungere lo stesso peso, mentre per i polli biologici la normativa europea prevede un’età minima di macellazione di 81 giorni, a meno che non si utilizzino linee genetiche a lento accrescimento. Anche i Paesi Bassi stanno valutando un divieto di questi polli, mentre la Norvegia ha già ottenuto un impegno volontario per eliminare progressivamente questi polli entro il 2027.

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Il problema dei turbo polli è che il loro sviluppo eccessivamente veloce non permette un sano sviluppo delle ossa, che quindi possono cedere sotto il peso dell’animale, creandogli immani sofferenze. Britta Riis, direttrice generale di Animal Protection Denmark, ha affermato che i turbo polli sono il risultato di una «forma di selezione genetica profondamente immorale e grottesca», che provoca «maltrattamenti sistematici» e notevoli sofferenze agli animali.

I turbo polli non sono un’invenzione recente: la selezione genetica per accelerare la crescita dei polli da carne è cominciata negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Già nel 2000 un comitato scientifico della Commissione europea aveva denunciato i problemi di salute e benessere animale legati a questa pratica, senza che da allora fosse introdotto un divieto europeo delle linee genetiche a crescita rapida.

Cosa vuole la Danimarca sui turbo polli

allevamento di polli

Il benessere degli animali da allevamento è diventato un tema centrale nel dibattito politico danese, almeno da quando l’ultima campagna elettorale, quella del marzo 2026, che ha visto i Socialdemocratici confermarsi primo partito, è stata fortemente condizionata dalla questione degli allevamenti suini, tanto da essere soprannominata pig election.

Il dibattito pubblico si è acceso dopo un documentario trasmesso a fine ottobre dall’emittente TV2, che – attraverso riprese effettuate con telecamere nascoste – mostrava come il produttore di polli Christian Tvergaard avrebbe violato la legislazione danese concedendo ai suoi animali soltanto la metà delle ore di buio giornaliere previste dalla legge, allo scopo di incoraggiarli a mangiare di più. Dopo il documentario, Christian Tvergaard si è scusato pubblicamente.

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Tuttavia, il ministro danese per la Natura e il Benessere animale, Christian Rabjerg Madsen, ha invitato i cittadini a non acquistare turbo polli e annunciato in tv l’intenzione di lavorare a un divieto nazionale ed europeo. La Danimarca aveva già provato a vietare i turbo polli nel 2024, ma la proposta non aveva ottenuto la maggioranza parlamentare; ora invece diversi partiti hanno cambiato posizione e la proposta gode di un ampio sostegno politico, che comprende partiti di sinistra, centro e destra.

Nei supermercati danesi sono già disponibili polli a crescita lenta, riconoscibili attraverso specifiche indicazioni sulle confezioni. Secondo un’indagine dell’associazione animalista Anima, pubblicata nell’ottobre 2026, circa il 40-45% dei polli venduti nei supermercati danesi appartiene già a linee genetiche a crescita più lenta. La Danimarca dispone inoltre di un sistema pubblico di etichettatura del benessere animale, riconoscibile da uno a tre cuori verdi sulla confezione, che permette ai consumatori di distinguere i prodotti.

Non è un caso che però la Danimarca chieda di intervenire a livello europeo: nel mercato comunitario vietare l’allevamento di questi polli in una sola nazione di fatto creerebbe uno svantaggio competitivo rispetto alle altre nazioni che li usano negli allevamenti e che poi li esporterebbero anche nel Paese in cui vige il divieto. Secondo Eurogroup for Animals, la federazione europea delle organizzazioni per la protezione e il benessere degli animali, il 95% dei polli allevati nell’Unione europea proviene da sistemi intensivi orientati alla produzione di carne a basso costo. In Danimarca, 80 milioni dei circa 120 milioni di polli macellati ogni anno sarebbero Ross 308, secondo i dati riportati da TV2.

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