La Cina produce così tanto pollo che non sa più a chi venderlo: e ora il problema è nostro

La Cina produce pollo a prezzi così bassi da aver saturato il mercato interno. Ora punta sull'export, conquistando quote di mercato in Europa e mettendo in difficoltà gli allevatori locali. Ma il vero problema è un altro.

La Cina produce così tanto pollo che non sa più a chi venderlo: e ora il problema è nostro

Può essere un problema se un cibo costa troppo poco? In teoria no: dopo anni di inflazione che hanno colpito soprattutto i beni primari, trasformando ogni spesa al supermercato in un salasso. Eppure, in certi casi la questione non è così semplice. Uno di questi casi è quello del pollo. In Cina produrre carne di pollo è diventato così conveniente che non sanno più che farsene, cioè tecnicamente hanno esaurito il mercato interno. E quindi stanno incominciando a esportarli. Vediamo perché, e perché potrebbe diventare un problema.

La Cina e la carne

Ricordate che si diceva: come faremo quando un miliardo e mezzo di cinesi vorranno tutti una fetta di carne a tavola? Bene, evidentemente quel momento è arrivato. E la risposta è stata: se la fanno da soli. La Cina com’è noto è un grande esportatore di beni di ogni tipo, ma sull’agricoltura e sul cibo in generale la bilancia commerciale è ancora spostata sulle importazioni: in altre parole i cinesi mangiano più cibo di quanto producono, e quindi sono costretti a importarlo dall’estero. Ora, una prima notizia è questa: quello sbilanciamento esiste ancora – più di cento miliardi di dollari l’anno scorso – ma si riduce di anno in anno, e non è lontano il momento in cui proprio si invertirà.

Intanto ci sono dei settori in cui è già successo, e quello del pollame è il principale. La storia viene raccontata in un reportage della Reuters, che parte da Tengzhou con le sue industrie alimentari, e finisce ovunque, dalla Thailandia al Brasile (per ora i maggiori esportatori al mondo), dal Giappone all’Europa (i cui mercati stanno per essere invasi).

Lo stimolo è venuto proprio da quello che storicamente è stato il punto debole dell’industria agroalimentare cinese: la sicurezza alimentare. Il caso più noto, ma non l’unico, è stato quello del latte in polvere contaminato con la melammina nel 2008. Ma in Cina hanno una politica industriale degna di questo nome, e quindi sono partiti in grande stile con incentivi all’innovazione tecnologica, e conseguente adattamento agli standard igienici più elevati. Una politica fatta anche di sussidi diretti al settore, in un contesto dove è sempre difficile capire quanto ci sia di sovvenzioni statali e quanto di libero mercato.

Il trend è stato incentivato anche dal cambiamento nello stile alimentare dei cinesi: mentre quello tradizionale era basato sulla carne di maiale, che col suo grasso sfrigolante ha nutrito intere generazioni, in un contesto più urbanizzato e salutistico il maiale ha perso appetibilità, in favore di carni considerate più leggere.

L’industria del pollame

allevamento pollo

Stiamo parlando, non ce lo dimentichiamo, del comparto più industrializzabile tra tutti nel settore carni: di quello più soggetto alle critiche riguardo al benessere (malessere) animale negli allevamenti, che si riverbera sul malessere del consumatore. Ma tant’è: si tratta sempre e comunque del comparto più conveniente: insomma la carne di pollo è sempre quella che costa di meno.

Ora però la produzione in Cina è cresciuta talmente tanto che il mercato è saturo: le aziende però sono ormai attrezzate per produrre tanto, e sempre di più. Per cui hanno rivolto lo sguardo all’estero. Lo scorso anno la Cina ha esportato prodotti a base di pollo per un valore di 2,6 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto al 2020, secondo i dati doganali.

Dal 2022, Pechino ha raddoppiato la sua quota di mercato nell’Unione Europea dei prodotti avicoli trasformati, raggiungendo il 10%, e l’ha triplicata nel Regno Unito, superando il 14%, secondo i dati di Gira, società di consulenza alimentare. Questa crescita sta mettendo a dura prova produttori come la Germania. Anche in Giappone la quota di mercato di origine cinese è in aumento, mentre quella del leader, la Thailandia, è in calo.

Che sia collegato o meno, due altre piccole notizie confermano l’andamento: la prima è che McDonald’s, fast food storicamente basato sull’hamburger di manzo, prevede nel suo futuro molto più pollo (per la gioia delle catene di pollo fritto come KFC, s’immagina). L’altra news, forse più inquietante, è che stanno per arrivare sugli scaffali dei supermercati britannici i primi salmoni cresciuti a pollo: la norvegese Leroy Seafood Group ha infatti rotto un tabù iniziando a nutrire i propri pesci di allevamento con prodotti (di scarto ovviamente) derivati dalla lavorazione del pollame. Maggiore efficienza delle proteine, dicono certi studi, ma ovviamente maggiore convenienza economica, soprattutto.

allevamento pollo

La preoccupazione è grande, soprattutto da parte delle industrie del resto del mondo, che temono di vedersi buttate fuori dal mercato. E l’Europa che fa, sta a guardare? Per il momento, sì. A luglio, la Commissione europea ha avviato un’indagine antidumping sulle importazioni di anatra da Pechino dopo che i produttori locali avevano accusato i sussidi cinesi di concorrenza sleale. Il mese scorso, la Commissione ha imposto dazi antidumping compresi tra il 41% e il 67% sulle proteine ​​dei piselli provenienti dalla Cina. Il pollo finora non ha avuto trattamenti simili, anche se le autorità europee stanno monitorando il mercato, come ha detto a Reuters un portavoce della Commissione.

Ora, a noi come sapete il gastronazionalismo interessa poco: non pensiamo che una patata sia automaticamente più buona se coltivata in Piemonte rispetto a una nata due chilometri più in là, in Francia. È chiaro che quasi sempre le battaglie ideologiche celnao interessi economici. Quindi le nostre aziende sono meglio delle altre non a priori perché europee, ma se e solo se effettivamente sono garanzia di sicurezza e qualità. D’altro canto, un insegnamento per chi gioca al ribasso potrebbe venire proprio dal maiale cinese: dopo decenni di crescita inarrestabile, ora la produzione di carne di maiale è in crisi proprio perché i prezzi sono troppo bassi, e l’offerta maggiore della domanda.

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