Da troppi anni c’è un problema di riduzione dei nutrienti nel cibo che mangiamo, di cui non si conoscono i motivi con precisione, eppure c’è il forte sospetto che questo derivi dall’uso spregiudicato dell’agricoltura industrializzata e delle monocolture, dall’aumento di CO₂ nell’atmosfera e dal cambiamento climatico, che rappresenta uno stress per le colture. Un’inchiesta di The Guardian di questo ine settimana ha provato a mettere insieme dei dati che ci sembrano interessanti, soprattutto se riportati al mercato italiano.
I dati sui nutrienti nel nostro cibo sono sconfortanti: alla fine degli anni Novanta, il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) rilevò che il contenuto di vitamina C dei limoni era diminuito di quasi un terzo rispetto ai 22 anni precedenti; la vitamina A nelle banane era diminuita del 57%; il contenuto di minerali del grano, invece, è calato tra il 20% e il 30% dagli anni Sessanta.
Ma ci sono anche studi più recenti, uno di questi, pubblicato alla fine di maggio del 2026 dai ricercatori dell’Università del Qatar, mette a sistema tutti gli studi realizzati sull’aumento di CO₂ nell’atmosfera e l’apporto nutrizionale dei vegetali coltivati e conclude che l’aumento della CO₂ e gli stress climatici sono associati a riduzioni di proteine, ferro, zinco e alcune vitamine del gruppo B in cereali e legumi, pur sottolineando che gli effetti cambiano molto a seconda della specie coltivata e della varietà.
In Italia non esiste ancora un monitoraggio storico che documenti un progressivo impoverimento nutrizionale delle colture analogo a quello realizzato negli Stati Uniti, probabilmente anche perché nel nostro Paese non esiste, anche per le caratteristiche del territorio, un’agricoltura industriale simile a quella degli States. Tuttavia l’aria che tira è la stessa, visto che i ricercatori italiani, attraverso il CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) studiano soprattutto come varietà, tecniche di coltivazione e salute del suolo influenzino la qualità nutrizionale degli alimenti.
C’è un modo per fermare il calo dei nutrienti nel cibo che mangiamo?
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C’è tutto un nuovo movimento, in agricoltura, che sta superando il concetto di biologico in quanto limitante. Limitante perché il biologico si limita appunto a non usare sostanze dannose per l’uomo e per la natura, il nuovo tipo di agricoltura si impegna invece a mantenere e migliorare lo stato del terreno in cui si coltiva. Una agricoltura molto controversa che lavora in questo senso è la biodinamica, ma esiste un’altra forma, che coincide con la biodinamica solo nei punti razionali e va sotto il nome di agricoltura rigenerativa.
L’agricoltura rigenerativa è un approccio agricolo che punta a ripristinare la fertilità dei terreni, aumentare la biodiversità e rendere le coltivazioni più resilienti ai cambiamenti climatici. Pur affondando le sue radici in pratiche tradizionali di conservazione del suolo, ha iniziato a diffondersi come movimento strutturato tra gli anni Ottanta e Novanta negli Stati Uniti, per poi affermarsi negli ultimi quindici anni anche in Europa, Australia e America Latina. Però, a differenza dell’agricoltura biologica, non esiste un disciplinare unico o una certificazione internazionale condivisa.
Le pratiche più diffuse comprendono la riduzione o l’eliminazione dell’aratura, l’impiego di colture di copertura per mantenere il terreno sempre protetto, rotazioni colturali più ampie e diversificate, l’integrazione tra coltivazioni e pascolo degli animali e una forte riduzione dell’uso di fertilizzanti e pesticidi di sintesi. L’idea di fondo è che un suolo ricco di sostanza organica e di microrganismi sia in grado non solo di produrre raccolti più resilienti, ma anche di immagazzinare più carbonio, trattenere meglio l’acqua e sostenere ecosistemi agricoli più sani. Proprio perché non esiste un disciplinare condiviso, molti applicano solo alcune di queste pratiche: è ormai comune andare in qualche azienda biologica e vedere la coltivazione con il suolo coperto, ma anche l’ibridazione di coltivazione e pascolo. Certo sono pratiche che prendono piede soprattutto in quelle aziende che hanno già manifestato una certa sensibilità ambientale.
I ricercatori dell’Università di Lincoln, in Inghilterra, hanno esaminato diversi prodotti, scoprendo che il contenuto di ferro nel cavolo riccio poteva essere fino a 22 volte superiore nei campioni provenienti da aziende agricole rigenerative rispetto a quelle convenzionali. Il selenio nei piselli secchi risultava fino a otto volte più elevato, mentre il contenuto di folati nelle carote era fino a 20.000 volte maggiore.
Quella dei ricercatori di Lincoln non è l’unica voce a favore di questo tipo di agricoltura: il geologo statunitense David Montgomery, coautore del libro What Your Food Ate (non tradotto in italiano), sostiene che l’agricoltura rigenerativa sia necessaria per correggere gli effetti dell’agricoltura «degenerativa», che ha sì contribuito a sostenere il boom demografico del dopoguerra, ma al prezzo di compromettere la salute dei terreni.
Anche altri studi sostengono questa ipotesi: il Bionutrient Institute (Massachusetts), attraverso uno studio pluriennale che ha analizzato migliaia di campioni, ha riscontrato che più era forte l’attività biologica e la salute complessiva del suolo più era elevato il valore nutrizionale dei suoi prodotti.
Anche se alcune revisioni di questi studi, condotte da università inglesi e francesi, indicano che sì, il cibo prodotto con questa agricoltura è più ricco di alcuni nutrienti, ad esempio il fosforo, ma si tratta comunque di livelli modesti e variabili.
Quali sono i contro dell’agricoltura rigenerativa?
Oltre alle voci scettiche circa la reale importanza dell’agricoltura che fa bene al suolo, ci sono punti importanti che i detrattori di questo tipo di agricoltura sottolineano, e hanno a che fare con il costo maggiore di questi prodotti, dovuto soprattutto a un necessario intervento umano maggiore, e di conseguenza anche una difficile espansione di questo modello, che possa arrivare a nutrire tutti gli esseri umani sulla Terra.
Infine, proprio perché non esistono delle vere regole scritte per certificare questa agricoltura, il rischio del greenwashing dei prodotti in vendita con il marchio “rigenerativo” è dietro l’angolo.
Chiediamoci se queste opposizioni sono sufficienti, e chiediamoci se la categoria del buon senso, che ancora dovrebbe essere presente nelle nostre coscienze, non ci faccia propendere per la logica: un terreno più fertile produce cibo di qualità migliore. Ma anche i sillogismi, oggi, faticano ad emergere nella quantità del mormorio in cui sono immersi.

