Nestlé ci prova con l’agricoltura rigenerativa: ambientalismo o greenwashing?

Dopo un periodo in cui non sono mancati scandali e controversie, Nestlé sostiene il programma Regenerating Together, unendosi a una tendenza seguita da diversi colossi dell'alimentare.

Nestlé ci prova con l’agricoltura rigenerativa: ambientalismo o greenwashing?

Non è un mistero che Nestlé abbia bisogno di darsi da fare per recuperare la reputazione perduta. Negli ultimi anni il colosso svizzero dell’alimentare ha infatti dovuto vedersela con una serie infinita di controversie: prima le frodi contestate nel settore acque, che hanno portato a mettere sul mercato marchi importanti, con accuse di filtrazioni e scarichi illegali; poi il piano dell’azienda per migliorare le condizioni dei coltivatori del caffè, in seguito alle accuse di sfruttamento e violazioni delle leggi sul lavoro e, infine, i guai condivisi con Danone per la presenza di microplastiche nei cibi per l’infanzia.

Insomma, il lavoro da fare è tanto, ma Nestlé sembra essersi messa al lavoro al riguardo e, volendo essere maliziosi, verrebbe da pensare che abbia deciso di farlo usando l’arma più ruffiana nell’arsenale delle multinazionali: il greenwashing. L’azienda ha infatti annunciato il proprio sostegno al programma Regenerating Together (RTP), un’iniziativa internazionale volta ad aumentare le pratiche di agricoltura rigenerativa all’interno delle catene di approvvigionamento globali.

Il programma Regenerating Together

Agricoltura-biologica (1)

Il programma TRP risponde alla crescente pressione per la riduzione delle emissioni Scope 3, emissioni indirette di gas serra, ed è stato sviluppato con il contributo di agricoltori, agronomi, organizzazioni non governative e istituzioni accademiche, è sostenuto da oltre 40 aziende leader nel settore alimentare e agricolo, e mira a creare metriche comuni e quadri operativi pratici per l’implementazione di tali pratiche.

Tra i partner, oltre alla recente partecipazione di Nestlé, figurano anche organizzazioni ambientali di rilievo come The Nature Conservancy e Earthworm Foundation, e l’obiettivo è fornire una guida armonizzata e strumenti che aiutino le aziende a monitorare i progressi e i risultati ambientali lungo l’intera filiera, usando la collaborazione tra settori per definire un approccio più concreto all’agricoltura rigenerativa, considerata una leva fondamentale per migliorare la resilienza delle catene di approvvigionamento e decarbonizzare i processi produttivi.

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In merito a questa transizione, Pascal Chapot, Vicepresidente e Responsabile dell’Agricoltura presso Nestlé, ha affermato: “L’agricoltura rigenerativa mostra un grande potenziale nel rafforzare la resilienza della catena di approvvigionamento contro il cambiamento climatico, aiutando al contempo a migliorare i mezzi di sussistenza degli agricoltori. Per accelerare l’adozione, abbiamo bisogno di quadri pratici e credibili che possano essere applicati coerentemente lungo tutta la catena del valore”.

Nestlé si è posta l’obiettivo di ottenere il 50% dei suoi ingredienti chiave da agricoltori che adottano pratiche rigenerative entro il 2030. Tale target riguarda materie prime centrali per il business dell’azienda, tra cui latticini, cacao e caffè, e ad affiancare la multinazionale svizzera in questo sforzo ci sono altri grandi attori del settore alimentare come PepsiCo, Danone e Mars, che stanno similmente investendo in programmi di transizione agricola sostenibile.

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Certo, vedere nomi così importanti fa ben sperare riguardo all’efficacia dell’iniziativa, ma bisognerà aspettare dei report affidabili per capire se porterà risultati concreti e sufficienti, o se avranno avuto ragione i più maliziosi a ritenere il tutto un’operazione di greenwashing pensata più per questioni reputazionali che per una vera preoccupazione per l’ambiente.