L’ultima intervista di Heston Blumenthal, rilasciata nell’estate 2024, aveva colto di sorpresa la gastronomia mondiale: il genio che nei primi anni Duemila ha trasformato un tranquillo locale del Buckinghamshire, il The Fat Duck, nel centro di una rivoluzione culinaria, raccontò del drammatico crollo mentale avvenuto nel 2023, arrivato dopo decenni dedicati alla sua ossessiva ricerca della perfezione, e della grave crisi che spinse la moglie Melanie Ceysson alla sofferta decisione di sottoporre il marito a un ricovero coatto. Ora, a distanza di tre anni da quegli eventi, Blumenthal si riaffaccia alle cronache con una nuova intervista al Telegraph in cui parla del suo attuale stato di salute mentale con cauto ottimismo: “sto bene”, dice, pur con un po’ di incertezza. “Sì, sto bene, penso?”.
Dalla crisi a una nuova consapevolezza
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La crisi psicologica del 2023 ha portato all’internamento di Blumenthal in Provenza, dove ha trascorso due settimane in una struttura psichiatrica e altre sei settimane in una clinica specializzata, in cui gli è stato diagnosticato un disturbo bipolare e sono stati prescritti farmaci ad alto dosaggio. Lo chef ha raccontato l’episodio con dovizia di dettagli: “Qualcuno ha bussato alla porta e c’era un poliziotto in tenuta da combattimento con una pistola, che era salito oltre il muro”, ricorda Blumenthal. “L’ho fatto entrare e l’ho fatto sedere sul divano. Poi è apparso un altro poliziotto, cinque vigili del fuoco, un medico con un assistente: nove persone in tutto. Il medico ha detto: ‘Sto per iniettarti qualcosa’. Io ho risposto: ‘No, non lo farai’. Ero sul divano e lottavo, poi ho visto il medico estrarre l’ago e ho pensato: ‘Ah, lasciamo perdere’, e mi sono arreso. Mi sono svegliato nell’ospedale psichiatrico. C’erano molte porte di metallo. È stato terribile”.
L’assunzione prolungata di litio e l’impatto dei farmaci avevano inizialmente sollevato nello chef il timore di aver perso per sempre la propria spinta inventiva, ma ora la situazione sembra migliorata: “sto molto meglio rispetto a un anno fa. A quanto pare ci vogliono da tre a otto anni per stabilizzarsi con i farmaci per il disturbo bipolare. La maggior parte delle persone che vengono ricoverate di nuovo pensa di non aver più bisogno delle medicine, quindi smette. Il mio equilibrio è cambiato, la mia voce è cambiata”. Non sono mancati i momenti difficili: “Ho passato un periodo a rimpiangere la mia ipomania”, spiega. “Guardavo indietro e pensavo: ‘Vorrei essere di nuovo lì’. Perché ero in un baratro. Un grande e profondo baratro depressivo. Ora mi sto stabilizzando. Posso guardare indietro e non soffro più come prima. E la mia creatività sta tornando”.
Nel corso degli anni, l’ossessione per il perfezionamento gastronomico ha spinto Blumenthal a lavorare fino a venti ore al giorno per oltre un decennio: “non so cosa sarebbe successo se non avessi trovato la cucina”, racconta. “The Fat Duck mi ha formato più di ogni altra cosa. Facendo venti ore al giorno per dieci o dodici anni, ero iper-focalizzato. Ero chiuso in una scatola di cemento con pochissima percezione del mondo esterno. Ma mettevo tutto in discussione”.
Questa determinazione incrollabile trova origine anche in un complesso rapporto con la figura materna, segnato da severe critiche infantili che hanno alimentato una costante ricerca di riscatto: “È solo da quando sono uscito dalla clinica, forse nell’ultimo anno, che riesco a fare mie le cose positive che ho fatto”, ammette. “È stato tutto merito della mia cucina. Non ho mai potuto dirlo perché ho una bassa autostima. Sono cresciuto con mia madre che mi dava dell’idiota, dello stupido, dell’inutile. Ha avuto un effetto negativo, ma è stato anche positivo perché cercavo di dimostrare alle persone che non ero un idiota. Mi ha dato la motivazione”. Solo dopo la scomparsa della madre nel 2021, la scoperta di un cassetto pieno di ritagli di giornale a lui dedicati ha rivelato un orgoglio mai espresso apertamente: “L’ho capita meglio allora. Ho capito che mi aveva aiutato. Mi ha spinto ad andare avanti”.
Oltre al successo mediatico e ai riconoscimenti ufficiali come il titolo di OBE ottenuto nel 2006, Blumenthal ha introdotto tecniche rivoluzionarie che hanno ridefinito la gastronomia globale, tra cui la cottura sous-vide, l’uso dell’azoto liquido e la celebre patata fritta con tripla cottura, innovazioni di cui finalmente riesce a riconoscere l’importanza: “Mi sto riappropriando delle cose con cui ho contribuito al mondo culinario. Tutti hanno un’eredità. Ho visto così tante delle mie idee essere riprodotte o copiate. Penso che molte persone non sappiano nemmeno che venivano da me. Non sarei umano se non mi preoccupassi del fatto che voglio mi vengano riconosciuti i crediti”.
Un ruolo determinante nel suo percorso di guarigione lo ha avuto sua moglie Melanie, per cui Blumenthal ha avuto parole di profonda gratitudine: “ho una moglie che mi ha salvato la vita. Deve essere stato incredibilmente difficile per lei farmi ricoverare coattivamente. Non so se sarei stato in grado di fare la stessa cosa. Immagino il senso di colpa che deve aver provato”. Al momento lo chef sta riorganizzando la propria routine quotidiana attraverso l’attività fisica, la perdita di peso e un approccio più consapevole al cibo: “Avevo dimenticato come mangiare in modo consapevole. Mi limitavo a ingurgitare cibo. Ora mangio più lentamente. Lo apprezzo. Non faccio colazione, faccio un pranzo molto leggero e non vedo l’ora di cenare. C’è un antico detto buddista secondo cui dovresti masticare trenta volte. Un tempo pensavo fosse una sciocchezza. Ma ogni volta che mastichi, la consistenza e il sapore del cibo cambiano. Se sei consapevole di come avviene questo cambiamento, apprezzi di più ogni boccone”.
Sulla scia di questo rinnovato entusiasmo, lo chef guarda al futuro puntando a unire la cucina multisensoriale al benessere intestinale: “ho creato la cucina multisensoriale e l’alimentazione multisensoriale. È stato fatto così tanto lavoro su ciò che mangiamo e su come questo influenzi le nostre emozioni. Ma anche ciò che ascoltiamo e ciò che vediamo influisce sul nostro intestino, che a sua volta influenza le nostre emozioni. Voglio collegare la parte multisensoriale con quella intestinale. È qualcosa che mi entusiasma”.


