È esperienza comune: ormai è difficile trovare un bar, quello in cui una volta si andava a prendere un bicchiere d’acqua frizzante per fare pipì, quello che aveva gli anziani seduti al tavolo a giocare a briscola, i croissant fané del giorno prima nella vetrinetta coi centrini di carta e il pozzetto dei gelati confezionati.
I motivi per cui i bar chiudono sono molti e geolocalizzati, ed è difficile identificarli tutti. Sicuramente la crisi che investe i locali di ogni genere fa parte della questione, il fatto che si beva meno e (forse) meglio, anche. Ma il declino del bar da briscola e da Totocalcio si deve probabilmente all’instagrammizzazione delle nostre vite: l’estetica del bar non è mai stata maniacale, e nemmeno quella dei baristi, e dunque noi che cerchiamo il bello e l’artefatto, il bar lo vediamo col sopracciglio alzato.
E poi c’è il fatto che le attività da bar ora si fanno online, dal gioco d’azzardo al chiacchiericcio meno sorvegliato, che, come sappiamo bene, si è spostato sui social con le tristi conseguenze che vediamo.
E infine ovviamente c’è la questione del tempo, in quest’epoca in cui anche gli ottantenni vengono schiacciati tra l’accudimento dei nipoti e le ore di palestra, non c’è nessuno che ha un paio d’ore da dedicare ad una sedia (e forse anche a una seduta) di comunità.
Il problema è che per un po’ di tempo, che i bar chiudessero, non è interessato a nessuno. Si pensava che questo avrebbe portato all’apertura di posti più contemporanei, in linea con le esigenze attuali, e che questo avrebbe migliorato l’offerta cittadina. E invece non è andata così: di posti belli ce ne sono, nelle grandi città, ma sono pochi, e nei piccoli borghi, in cui non c’è il pubblico necessario a quei posti lì, non è rimasto nulla.
I dati di Confesercenti sui bar in Italia
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I dati di Confesercenti sono abbastanza allarmanti: negli ultimi 6 anni sono stati chiusi oltre 24 mila bar, circa 11 al giorno, e la stima è che per i territori in cui i bar hanno chiuso la perdita economica complessiva ammonti a 7,2 miliardi di euro, per via dei consumi minori, del minore gettito fiscale e della minor occupazione.
La zona in cui i bar chiudono di più è il Centro Italia, soprattutto il Lazio e in particolare a Roma, che in 6 anni ha perso il 30% dei suoi bar. La classifica delle aree italiane più toccate dal fenomeno continua con il Nord Est, seguito dal Nord Ovest, mentre va meglio per il Sud e per le Isole, in cui comunque sono più i bar che chiudono che quelli che aprono, ma si parla di una riduzione attorno al 7%, mentre in tutti gli altri casi la percentuale si situa tra il 16% e il 20%. Caso a sé la Valle d’Aosta, che registra il secondo dato più preoccupante di tutta la Nazione.
A partire da oggi, 28 settembre, Confesercenti presenterà in tutte le città capoluogo i dati locali sulla riduzione dei bar tradizionali. Un’iniziativa che “sarà anche un invito a reagire”, spiega Nico Gronchi, presidente dell’associazione, che chiede anche a tutti di: “Sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Confesercenti per contrastare la desertificazione commerciale e favorire la rigenerazione delle città e dei centri abitati. Difendere le attività di prossimità – sottolinea Gronchi – significa difendere lavoro, servizi e luoghi in cui continuare a incontrarsi”.
Le soluzioni alla chiusura dei bar di comunità
In un paesino del foggiano ha appena riaperto il bar di quartiere grazie a un progetto comunale, ma, ahimè, non sarà più un bar, ma una sala pubblica, che almeno ha mantenuto la possibilità di fare da centro di aggregazione, l’unico del posto. In altri paesi europei la faccenda è stata spinta un po’ più in là, e forse dovremmo cominciare a pensarci anche noi.
In Francia dal 2019 esiste un’associazione che si occupa esattamente di questo: si chiama 1000 cafés ed è un’iniziativa del Groupe SOS nata per riaprire, mantenere e far crescere i bar nei comuni rurali sotto i 3.500 abitanti. L’idea interessante è che il bar non viene considerato semplicemente un posto dove bere qualcosa, ma un’infrastruttura di prossimità: oltre al caffè e alla piccola ristorazione può ospitare un’edicola, un punto per il ritiro dei pacchi, un piccolo emporio, un deposito del pane, attività culturali e servizi digitali. Il progetto viene costruito insieme ai comuni e agli abitanti, che vengono coinvolti per capire quali siano davvero le esigenze del paese. Non esiste quindi un modello unico: ci sono caffè gestiti da imprenditori, altri in forma associativa e persino caffè itineranti: lo Stato, in ogni caso, ci mette la formazione e la cifra iniziale, ma poi lascia ai singoli la libera iniziativa, il che, rispetto al caso del Foggiano, diventa un reale volano anche per l’economia locale.
In Gran Bretagna il riferimento è Plunkett UK, una fondazione che da anni accompagna le comunità rurali nella creazione di imprese di proprietà collettiva, tra cui soprattutto i pub. Il programma More Than a Pub, attivo dal 2016 al 2021, ha aiutato 313 gruppi e portato alla nascita di 60 nuovi pub di proprietà comunitaria, più che raddoppiando il numero di community pubs nel Regno Unito.
E ancora in Spagna, nel 2025 è nato BarLab Rural con l’obiettivo di riaprire i bar chiusi nei comuni rurali sotto i 5.000 abitanti, inizialmente solo nel territorio castigliano. Il programma mette in contatto i proprietari dei locali chiusi con aspiranti imprenditori interessati a riaprirli e offre formazione, mentoring e un piano di accompagnamento.

