di Luca Iaccarino 29 Gennaio 2018

C’è un mondo perfetto, in cui in montagna si mangiano prelibatezze rare, cresciute con fatica nello scenario duro e mistico delle vette. Un mondo fatto di latte munto da vacche che d’estate brucano fiori profumati, di lunghe cotture sulla stufa, di aroma di legni, di stelle alpine e aghi di pino.

Un mondo in cui tutti i cuochi hanno il viso da creatura silvana di Norbert Niederkofler, la voglia di autenticità di Juri Chiotti, chef del ristorante Reis a Frassino in Valle Varaita (CN), la calma del mio amico Sandrino Bonin, produttore di fontina d’alpeggio sopra Pila, in Val d’Aosta.

Questa è la montagna incantata della gastronomia. Ed è squisita.

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Poi c’è la montagna vera. Con la cucina di montagna reale.

Come quella in cui mi sono imbattuto io questo fine settimana. Tacerò dei cappuccini nei bar dall’igiene incerta e dal servizio ingrugnito a tre euro cadauno (in piedi) e della cioccolata con panna che tutti ordinano perché fa molto tipico, quando naturalmente la panna è quella spray del discount.

Voglio invece concentrarmi sull’opzione meno peggio in cui ci siamo imbattuti. Ristorantone per tutti i gusti.

Un menu sterminato. Comprendente anche: caprese di bufala; bruschetta al pomodoro; insalata di mare; pepata di cozze; spaghetti alle vongole veraci; grigliata mista di pesce; tagliata di tonno…

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Ah, dopo tutta questa neve, ‘con sto freddo, ai piedi del Monte Bianco, sentivo proprio voglia di una bella impepata.

Tutto naturalmente caro. Tutto naturalmente preparato alla meno peggio.

Cito questa piccola vicenda per dire che esiste un mondo –quello perfetto– in cui le parole “stagionalità” e “territorio” sono addirittura venute a noia, trasformandosi persino in moda. Ma c’è un altro mondo in cui c’è davvero tutto da fare.

Bisogna essere onesti: la cucina di montagna è in alto mare.