Le accuse erano gravi e l’eventuale causa legale molto complessa, ma con un inaspettato colpo di scena un giudice federale di Chicago ha drasticamente ridimensionato il caso contro il gigante del fast food McDonald’s. Tutto è partito da un gruppo composto da quarantotto affiliati afroamericani che aveva deciso di unire le proprie forze nel 2023 per portare in tribunale la multinazionale, accusandola di una discriminazione razziale capillare e sistematica: l’accusa principale mossa sosteneva che la società avesse deliberatamente orchestrato un sistema destinato a far fallire i gestori neri.
McDonald’s voleva far fallire i suoi franchisee di colore?
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Secondo quanto affermato dai querelanti, McDonald’s li avrebbe spinti ad acquistare ristoranti con prestazioni finanziarie scarse, collocati prevalentemente in quartieri a maggioranza nera caratterizzati da alti tassi di criminalità, negando loro al contempo le opportunità di investimento nelle zone più benestanti e redditizie. Non solo, gli affiliati neri hanno dichiarato di aver ricevuto un supporto operativo inferiore, di essere stati sottoposti a richieste decisamente più severe e di aver subito ostacoli nei loro tentativi di espansione commerciale.
Le accuse sono però state quasi totalmente smontate dal giudice distrettuale degli Stati Uniti Steven Seeger, che con una decisione motivata in ben centoventicinque pagine ha stabilito che il procedimento fosse eccessivamente sovraccarico di accuse vaghe oppure ormai cadute in prescrizione. Seeger ha criticato l’accumulo indistinto di rivendicazioni individuali usando un’immagine colorita, secondo cui l’accusa “è simile al vecchio gioco di vedere quante persone riescono a stare in una cabina telefonica. Ad un certo punto si scontra con un muro, e infilare qualcos’altro nello stesso spazio diventa completamente impraticabile”.
Il giudice ha precisato che le accuse centrali relative a un presunto modello discriminatorio destinato a far fallire i gestori avrebbero potuto essere avanzate soltanto attraverso una class action, e non aggregando le pretese di singoli attori, ma anche il quel caso avrebbe incontrato enormi difficoltà, dato che le circostanze personali e commerciali di ciascun affiliato erano considerevolmente diverse l’una dall’altra.
Oltre a respingere il nucleo principale dell’accusa, il giudice Seeger ha archiviato anche le rivendicazioni relative a presunte ritorsioni subite dagli affiliati, riscontrando che i querelanti non avevano dimostrato di aver intrapreso condotte corrette, come la presentazione di formali denunce presso agenzie governative, così come dozzine di accuse legate a frodi e interferenze illecite sono state giudicate prescritte dai termini di legge. Non tutto, però, è stato cancellato, e un piccolo numero di contestazioni potrà infatti proseguire ed essere esaminato in aula: si tratta principalmente delle accuse riguardanti le possibili violazioni degli accordi di affiliazione, in particolare quelle in cui si ipotizza che McDonald’s abbia negato agli affiliati neri l’accesso a determinati benefici, come le agevolazioni sul canone di locazione, che invece venivano concessi ad altri gestori.
La reazione da parte della multinazionale non si è fatta attendere. Attraverso una dichiarazione formale rilasciata da un portavoce, McDonald’s ha accolto con favore la sentenza, sostenendo che la pronuncia del giudice ha confermato la posizione dell’azienda secondo cui la causa fosse del tutto priva di fondamento. Nella nota ufficiale rilasciata dalla società si legge: “McDonald’s fornisce risorse solide per garantire che i nostri affiliati possano avere successo; il nostro successo è legato al loro successo”. Sul fronte opposto, Steve Art, l’avvocato che rappresenta gli affiliati afroamericani, ha preferito non rilasciare commenti immediati, spiegando di voler attendere che i suoi clienti abbiano la possibilità di esaminare attentamente il testo della sentenza.
Questa vertenza non rappresenta un episodio isolato nel panorama giudiziario che coinvolge il colosso dei fast-food, e la sentenza di lunedì ricalca infatti da vicino una decisione già presa sempre dal giudice Seeger nel mese di marzo relativa a una causa separata promossa da un singolo affiliato nero. Al momento sono atttivi tre procedimenti legali pendenti davanti allo stesso giudice, che coinvolgono complessivamente ottanta affiliati pronti ad accusare McDonald’s di una prassi di discriminazione razziale protrattasi per decenni.
In precedenza, l’ex procuratrice Lynch aveva difeso la catena anche in una causa promossa dall’imprenditore dei media Byron Allen, il quale accusava la società di aver intenzionalmente escluso i media di proprietà di cittadini neri da gran parte del budget pubblicitario. Tale vicenda si è conclusa lo scorso anno con un accordo privato tra le parti, nel quale McDonald’s ha negato ogni addebito. Il colosso degli hamburger può quindi festeggiare un deciso ridimensionamento dell’impianto accusatorio, che ha trasformato una causa collettiva potenzialmente colossale in un contenzioso molto più circoscritto focalizzato su specifiche clausole contrattuali, ma la vicenda continua a tenere accesi i riflettori sulle complesse dinamiche di uguaglianza e gestione della rete di franchising nei grandi marchi globali.


