di Manuela 22 Gennaio 2021
ristorante

A Milano i ristoratori sono letteralmente sul piede di guerra. E sono pronti a bloccare la città meneghina per far sentire la loro voce: chiedono di poter riaprire, seguendo le norme, o di avere ristori adeguati. Anche perché molti imprenditori della ristorazione stanno purtroppo chiudendo. E si teme che entro un mese la situazione possa precipitare.

In occasione di un presidio di protesta davanti alla sede della Regione Lombardia, circa 200 imprenditori si sono dati appuntamento per chiedere che si faccia al più presto qualcosa per salvare il settore. Come sottolineato all’AGI da Floriana Tremiterra, ristoratrice che gestisce due ristoranti e un bar con musica. Le sue parole sono davvero molto dure: “Come loro ci stanno uccidendo, noi bloccheremo Milano”.

L’imprenditrice aggiunge che la categoria è allo stremo, perché le spese come gli affitti sono ancora da pagare e gli aiuti sono pochi. “Non vogliamo fallire per colpa dello Stato. Se vogliamo copiare la Germania, allora ci devono dare l’80% di quello che abbiamo perso perché i danni economici sono incalcolabili. Abbiamo dipendenti che ancora non hanno ricevuto la cassa integrazione“. E in merito all’asporto parla di soluzione ridicola, “perché il 35% finisce alle multinazionali che fanno le consegne“. Tremiterra aggiunge che avrebbe partecipato anche all’iniziativa “Io Apro“, ma in zona rossa non avrebbe avuto senso, perché i clienti hanno paura. Così come in zona arancione.

Un altro ristoratore presente, Paolo Polli, spiega le motivazioni della protesta. Gli imprenditori del settore chiedono che vengano garantite le riaperture dei ristoranti a norma, per tutelare la salute di tutti, oppure dei ristori che siano adeguati alle esigenze di chi è costretto a rimanere chiuso o a lavorare solo con l’asporto. Anche perché i dati degli ultimi giorni sono decisamente allarmanti.

Stiamo fallendo tutti, già il 20% per cento ha chiuso, entro un mese arriveremo al 50% delle chiusure delle partita Iva in città. È una situazione inconcepibile e se le cose non cambiano penseremo a forme di protesta ancora più decise”.