di Valentina Dirindin 20 Settembre 2019

Ci pensa, questa mattina, Oscar Farinetti, a difendere l’operazione “Coca Cola che s’è bevuta Lurisia”, dopo che Slow Food aveva frettolosamente (e con qualche imbarazzo, vista l’imminenza dell’ultima manifestazione in cui le due realtà appaiono insieme, Cheese 2019) scaricato lo storico partner, abbandonandolo sul ciglio di una strada perché – in sostanza – “buono pulito e giusto” e “multinazionale americana ultrapotente” non sembrano andare esattamente nella stessa direzione.

In un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, il patron di Eataly (che fino a ora era uno dei proprietari del marchio di acque e bibite premium) prova a calmare gli animi perché – sostiene – forse stiamo un attimo esagerando, noi che viviamo di quel “retropensiero che vuole tutte le multinazionali, per definizione, cattive”. “Non ho mica venduto l’anima al diavolo”, dice al giornalista. E spiega che invece, comunque la si pensi sulle multinazionali, la cessione di Lurisia a Coca Cola è un’ottima notizia per l’Italia, perché “creerà nuovi posti di lavoro” e “continuerà a comprare il chinotto dagli agricoltori savonesi” (rispondendo così, almeno in parte, alla domanda sui Presidi Slow Food contenuti nelle bibite Lurisia che ci eravamo posti).

Eppure, si potrebbe lecitamente avere dei dubbi sul fatto che la vendita di un’altra eccellenza italiana a una multinazionale sia una buona notizia. E soprattutto, Oscar Farinetti sembra dimenticarsi che un conto è la questione economico-imprenditoriale (per la quale siamo piuttosto certi che l’operazione sia un colpo da maestro), mentre tutt’altra questione è quella sollevata da Slow Food che – effettivamente – fatica e faticherebbe a trovare punti di contatto con una multinazionale che di certo non è il diavolo, ma che è piuttosto lontana dall’etica generale dell’associazione di Bra. Davvero: ci sembra impossibile provare a sostenere il contrario, comunque la si pensi, perché l’incompatibilità pare evidente.

Per convincere della bontà d’intenzioni della Coca Cola e dell’intera operazione, tuttavia, Farinetti spiega che ha chiesto e ottenuto garanzie sul mantenimento di produzione e brand nel territorio d’origine. Ma aveva anche deciso, proprio lui, che Coca Cola nei suoi meravigliosi punti vendita Eataly non sarebbe entrata.

Sì, risponde Farinetti, però “nel ’68 anche io ero contro l’imperialismo delle multinazionali. Ma da allora queste realtà sono cambiate e migliorate”. Insomma, solo gli stupidi non cambiano idea, sostiene in soldoni il patron di Eataly.

E, visto che Slow Food è tutt’altro che stupida, sarà la prossima a cambiare idea su Coca Cola (il sillogismo è nostro, sia chiaro). Sembra esserne convinto Farinetti, che sostiene che il comunicato stampa in cui l’associazione si dissociava da Lurisia fosse frutto della fretta, perché “c’è l’evento Cheese in corso e non potevano fare altrimenti”. Però, è pronto a scommetterci, “tra un po’ si siederanno a un tavolo con la Coca Cola per parlare dello spirito dell’accordo e dei progetti del gruppo Usa”.

[Fonte: La Repubblica]