Com’è la nuova etichetta con l’origine della pasta

“Italia sì – Italia no, la terra della pasta!”, chissà se oggi, 22 anni dopo, Elio e le Storie Tese scriverebbero così le parole della loro Terra dei Cachi. Probabilmente sì, se non altro lo farebbe per sfottere la piega protezionistica che si rischia di prendere, proprio in questi giorni.

Parliamo, in caso non fosse chiaro, della nuova etichettatura sulla pasta, in vigore dal prossimo 17 febbraio. “Etichette più trasparenti”, come dichiarò il ministro Martina lo scorso agosto, che riporteranno in etichetta l’origine del grano e il luogo in cui è stato macinato.

Spesso accade che queste fasi di lavorazione avvengano in più Paesi, per cui si utilizzeranno, a seconda della provenienza, le diciture 1) Paesi UE, 2) Paesi NON UE, 3) Paesi UE E NON UE. E nel caso in cui il grano fosse stato coltivato in un solo Paese, almeno per il 50%, lo si potrà specificare. Quindi si potrà scrivere, per esempio: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”.

[Pasta: l’origine del grano che non piace agli industriali sarà in etichetta]

Con tutti i paradossi del caso: i pastifici che utilizzano materia prima italiana non vedranno l’ora di ostentarne la provenienza in etichetta, mentre quelli che la prendono dall’estero, in alcuni casi fuori dall’Unione Europea, difenderanno a gran voce le proprie ragioni. Già lo scorso novembre Barilla, di cui vediamo la nuova etichetta nella foto di copertina, aveva messo le mani avanti sottolineando la necessità del rifornimento estero causa insufficienza di materia prima italiana.

E ora anche Felicetti, presidente di Aidepi, Associazione dei pastai, dice la sua al Corriere: “La cosa più grave è aver creato l’idea che il grano italiano sia meglio di quello estero. Non è attraverso l’origine della materia prima che si dichiara la qualità della pasta che, piuttosto, deriva dal saper fare il pastaio”.

[Classifica della pasta artigianale: 12 pastifici senza rivali]

Ulteriori perplessità delle associazioni di categoria, tra cui Federconsumatori, derivano dall’imminente provvedimento europeo sull’origine di pasta, riso, conserve di pomodoro e simili, che potrebbe sostituire già nei prossimi mesi la legge italiana, e quindi l’etichetta che sta per debuttare.

Il Regolamento europeo, però, si limiterà a precisare se l’ingrediente principale è UE e non UE, come accade per l’olio extra vergine, senza soffermarsi sul preciso Paese d’origine. E le norme europee, è bene ricordarlo, prevalgono su quelle nazionali; a partire dal secondo quadrimestre del 2018, probabilmente, cambieranno le regole e l’indicazione “Italia” potrebbe sparire in un baleno.

[Crediti | Mipaaf, Corriere.it]

Chiara Cavalleris Chiara Cavalleris

8 febbraio 2018

commenti (5)

Accedi / Registrati e lascia un commento

  1. ROSGALUS ha detto:

    Barilla ha ragioni da vendere.
    Polemica vecchia come il cucco.
    Sapere che un grano è italiano non vale una cicca frusta.
    La qualità deve essere in primis del grano – italiano o non – e poi dalle competenze del settore pastario.
    Ci sono pastifici italiani che fanno cose stupende.
    E non penso che stiano trattando solo materia prima del Paese.
    Ad esempio chi ci dice che CAVALIERI, AFELTRA, GENTILE, COCCO, MARTELLI , LATINI, MASCIARELLI, MANCINI, FELICETTI, FABBRI – tanto per fare qualche nome – usino solo e sempre grani made in Italy ?
    Indicare la provenienza del grano puo’ essere una buona indicazione statistica utile a se stessa , ma del tutto superflua se si pensa ad una politica di REALE TUTELA del consumatore.

    1. cocc1 ha detto:

      Per gli altri non saprei ma il Pastificio Cocco lo conosco perchè la mia famiglia ha origini dal paese accanto a Fara S. Martino. Avendo lo stesso cognome ti posso garantire che il grano duro italiano di norma è più duro del grano duro estero. Per concludere, non è un caso se voiello 100% grano aureo italiano ha una quota di proteine del 14,5% rispetto a barilla 12-12,5%, ciò non toglie che Garofalo possa comunque comprare dell’ottimo grano canadese e avere 14%.

    2. Orval87 ha detto:

      Gentile si , lo scrivono sulla confezione. Non lo scrivono invece sull’altro loro marchio se non erro, De Rosa.
      Anche Afeltra ha una linea specifica solo Made in Italy, suppongo la linea normale no.

  2. Gigi ha detto:

    Sono più che certo che non leggerò questa informazione, è un dato che non mi interessa.

  3. Alfredo ha detto:

    Perchè il grano italiano dovrebbe essere di default migliore del grano coltivato altrove è una cosa che non ho mai capito né accettato.
    Così come non capisco l’accanimento sulla pasta Made in Italy. Ma i Gianduiotti sono fatti con cacao coltivato in Italia? Boh.

«