di Chiara Cavalleris 8 Febbraio 2018

“Italia sì – Italia no, la terra della pasta!”, chissà se oggi, 22 anni dopo, Elio e le Storie Tese scriverebbero così le parole della loro Terra dei Cachi. Probabilmente sì, se non altro lo farebbe per sfottere la piega protezionistica che si rischia di prendere, proprio in questi giorni.

Parliamo, in caso non fosse chiaro, della nuova etichettatura sulla pasta, in vigore dal prossimo 17 febbraio. “Etichette più trasparenti”, come dichiarò il ministro Martina lo scorso agosto, che riporteranno in etichetta l’origine del grano e il luogo in cui è stato macinato.

Spesso accade che queste fasi di lavorazione avvengano in più Paesi, per cui si utilizzeranno, a seconda della provenienza, le diciture 1) Paesi UE, 2) Paesi NON UE, 3) Paesi UE E NON UE. E nel caso in cui il grano fosse stato coltivato in un solo Paese, almeno per il 50%, lo si potrà specificare. Quindi si potrà scrivere, per esempio: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”.

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Con tutti i paradossi del caso: i pastifici che utilizzano materia prima italiana non vedranno l’ora di ostentarne la provenienza in etichetta, mentre quelli che la prendono dall’estero, in alcuni casi fuori dall’Unione Europea, difenderanno a gran voce le proprie ragioni. Già lo scorso novembre Barilla, di cui vediamo la nuova etichetta nella foto di copertina, aveva messo le mani avanti sottolineando la necessità del rifornimento estero causa insufficienza di materia prima italiana.

E ora anche Felicetti, presidente di Aidepi, Associazione dei pastai, dice la sua al Corriere: “La cosa più grave è aver creato l’idea che il grano italiano sia meglio di quello estero. Non è attraverso l’origine della materia prima che si dichiara la qualità della pasta che, piuttosto, deriva dal saper fare il pastaio”.

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Ulteriori perplessità delle associazioni di categoria, tra cui Federconsumatori, derivano dall’imminente provvedimento europeo sull’origine di pasta, riso, conserve di pomodoro e simili, che potrebbe sostituire già nei prossimi mesi la legge italiana, e quindi l’etichetta che sta per debuttare.

Il Regolamento europeo, però, si limiterà a precisare se l’ingrediente principale è UE e non UE, come accade per l’olio extra vergine, senza soffermarsi sul preciso Paese d’origine. E le norme europee, è bene ricordarlo, prevalgono su quelle nazionali; a partire dal secondo quadrimestre del 2018, probabilmente, cambieranno le regole e l’indicazione “Italia” potrebbe sparire in un baleno.

[Crediti | Mipaaf, Corriere.it]