Quali colombe del supermercato sono ancora fatte con uova di galline in gabbia?

L'organizzazione Essere Animali ha diffuso un report in cui si evidenzia l'utilizzo di uova di galline allevate in gabbia da parte dei grandi produttori dei dolci delle feste: quali sono quelli virtuosi, e come si può cambiare la situazione?

Quali colombe del supermercato sono ancora fatte con uova di galline in gabbia?

Colombe e gabbie” è l’eloquente titolo del report che l’organizzazione Essere Animali ha compilato e diffuso con l’avvicinarsi delle festività pasquali, un’indagine dettagliata sulla filiera delle uova utilizzate per la produzione del dolce simbolo della tavola del periodo, la colomba.

Il rapporto mette in luce come, nonostante l’Italia sia tra i principali produttori europei di uova con oltre 40 milioni di galline allevate ogni anno, circa il 35% di questi animali, ovvero più di 17 milioni, viva ancora confinato in gabbia per l’intero ciclo produttivo.

Le condizioni degli animali e le aziende virtuose

Le condizioni all’interno delle gabbie, comprese quelle definite arricchite, sono estremamente restrittive: ogni gallina dispone di uno spazio poco più grande di un foglio A4. Una limitazione che impedisce comportamenti naturali basilari come razzolare, fare bagni di polvere o aprire completamente le ali, causando grave stress e problemi fisici come la fragilità ossea. Mentre paesi come Austria, Germania e Lussemburgo hanno già introdotto divieti o scadenze per l’eliminazione totale delle gabbie, l’Italia non ha ancora adottato una normativa nazionale in tal senso, anche se i consumatori si dimostrano sempre più sensibili al tema.

L’analisi di Essere Animali ha preso in esame le politiche di otto tra i principali produttori di colombe pasquali in Italia. I risultati mostrano un settore in gran parte già orientato verso sistemi cage-free, ovvero senza gabbie. Cinque aziende hanno già implementato procedure che prevedono l’uso esclusivo di uova da galline allevate a terra per tutta la loro produzione: si tratta di Balocco, Galup, Paluani, Tre Marie Ricorrenze e Vergani. In particolare, Vergani ha raggiunto questo obiettivo già nel 2021, mentre Balocco e Galup dichiarano di utilizzare uova da allevamenti a terra per l’intera produzione dolciaria a marchio.

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Maina si è posta l’obiettivo di completare la transizione entro la Pasqua del 2026 e attualmente dichiara di utilizzare uova da galline allevate a terra per il 75% della propria produzione a marchio. Note dolenti invece per due grandi nomi del settore: Bauli e Melegatti. Entrambe le aziende utilizzano uova cage-free solo per i croissant a proprio marchio, ma non hanno ancora assunto un impegno pubblico formale che escluda l’uso di gabbie per l’intera offerta di prodotti, incluse le colombe pasquali.

Il caso di Bauli è particolarmente rilevante, poiché il gruppo detiene circa un terzo del mercato nazionale delle colombe e utilizza ogni anno oltre 9500 tonnellate di uova, equivalenti alla produzione di più di 500 mila galline, e un suo impegno definitivo potrebbe quindi trasformare l’intero settore. Per spingere verso un cambiamento normativo, Essere Animali ha depositato lo scorso 12 marzo una proposta di legge di iniziativa popolare per vietare l’allevamento in gabbia in Italia per tutte le specie, con l’obiettivo di raccogliere 50.000 firme entro settembre.

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Simone Montuschi, presidente di Essere Animali, ha commentato duramente la situazione attuale: “Aziende come Bauli, che da sola detiene circa un terzo delle quote di mercato delle colombe pasquali, possono fare una grande differenza per centinaia di migliaia di galline che ancora oggi sono allevate in gabbia. Non si tratterebbe solo di migliorare le condizioni di allevamento e di benessere animale, ma di andare incontro anche alle richieste dei consumatori che vogliono vedere una transizione a sistemi cage-free anche in Italia e verso i quali le aziende possono fare molto grazie alla pubblicazione di politiche aziendali chiare e trasparenti”.

Secondo Montuschi, l’impegno politico è fondamentale: “La stragrande maggioranza degli italiani si è già dichiarata contraria alla sofferenza degli animali in gabbia e a favore di un divieto su scala nazionale, per questo – oltre all’azione virtuosa che possono mettere in atto gli operatori del settore e alle scelte che possono fare i consumatori – è fondamentale che ci sia anche un’azione istituzionale e politica. Firmare la proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo lanciato è più importante che mai, affinché la politica si faccia carico delle istanze dei cittadini anche quando le aziende le ignorano o i processi sono troppo lenti rispetto alle esigenze e alle richieste dei cittadini e delle cittadine italiane ed europee”.