In Giappone la birra accompagna da decenni il rito del dopolavoro ed in ogni visita che si rispetti in un izakaya, una “biiru” è la bevanda d’eccellenza per la saporita cucina di queste trattorie locali. Per questo la notizia dell’indagine della La Japan Fair Trade Commission, l’autorità garante della concorrenza del Paese sui quattro principali produttori di bevande alcoliche del paese non sta venendo presa alla leggera, né dall’opinione pubblica né dai mercati finanziari.
L’operazione è vasta e senza precedenti, con i funzionari dell’antitrust che, armati di mandati di perquisizione emessi da un tribunale, hanno fatto irruzione nelle sedi di Asahi Breweries, Kirin Brewery, Sapporo Breweries e Suntory Spirits, tutte situate a Tokyo. L’ipotesi degli investigatori è grave: le quattro aziende avrebbero stretto un accordo segreto e illegale per manipolare i prezzi della birra e di altre bevande correlate, violando la legge antimonopolio.
Un cartello sul 90% della birra prodotta in Giappone
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L’operazione condotta dagli agenti governativi ha travolto anche la sede centrale della Brewers Association of Japan, l’associazione di categoria che raggruppa i produttori del settore: è la prima volta in assoluto che l’organo di controllo della concorrenza giapponese ricorre a perquisizioni giudiziarie e sequestri di prove nel comparto alimentare e delle bevande, a dimostrazione di come il caso sia considerato eccezionalmente serio per il potenziale impatto sui consumatori. Insieme, le quattro aziende controllano infatti oltre il novanta per cento dell’intero mercato domestico della birra, una posizione di dominio quasi totale che rende ogni coordinamento sui listini particolarmente dannoso per la concorrenza.
Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni investigative, i responsabili commerciali e i dirigenti delle quattro società avrebbero tenuto per un lungo periodo incontri riservati per scambiarsi informazioni e pianificare a tavolino le strategie commerciali. Per non destare sospetti, i rappresentanti delle aziende si sarebbero incontrati in gran segreto a margine dei raduni ufficiali che l’associazione di categoria organizza regolarmente a cadenza mensile e, durante questi colloqui informali, i manager avrebbero concordato in modo sistematico il momento esatto e la misura dei rincari da applicare sia alla birra tradizionale che ad altre bevande, azzerando di fatto la competizione di prezzo.
L’attenzione degli inquirenti si è concentrata in particolare su una sequenza di aumenti di prezzo coordinati che hanno interessato il mercato a partire dall’ottobre del 2022, per poi ripetersi nell’ottobre del 2023 e nell’aprile del 2025. Le revisioni dei listini hanno riguardato non soltanto la birra classica, ma anche varianti a basso contenuto di malto come la happoshu e le bevande della cosiddetta terza categoria, che contengono pochissimo o nessun malto.
Più di recente, un ulteriore adeguamento dei prezzi è entrato in vigore in occasione della riforma della tassazione sugli alcolici, la quale ha unificato l’aliquota fiscale a 54,25 yen per ogni lattina da 350 millilitri. Questa revisione legislativa ha tagliato l’imposta sulla birra tradizionale di circa 9 yen, aumentando contemporaneamente quelle sulle bevande happoshu e di terza categoria di circa 7 yen. Sebbene i colossi della birra abbiano sempre giustificato i rincari sostenendo di dover coprire i maggiori costi delle materie prime, dell’energia e dei trasporti, l’antitrust sospetta che le aziende abbiano cospirato per proteggere i propri margini di profitto a spese dei consumatori finali.
L’impatto della notizia non si è fatto attendere sui mercati finanziari, dove i titoli delle società quotate hanno subito un brusco calo. Le azioni di Sapporo sono arrivate a cedere fino al 3,73% intraday prima di chiudere in ribasso dell’1,79%, mentre quelle di Kirin sono scese di oltre il 3% toccando i minimi degli ultimi tre mesi e chiudendo a -1,44%. Le azioni di Asahi hanno registrato una flessione di quasi il 2,5%, chiudendo la giornata in calo dello 0,97%, mentre Suntory non ha subito variazioni di borsa in quanto non è quotata. Tutte e quattro le aziende coinvolte hanno confermato le perquisizioni e dichiarato la volontà di collaborare con le autorità investigative. Se l’inchiesta dovesse accertare la presenza del cartello, le conseguenze legali potrebbero consistere in severe sanzioni pecuniarie e ordini di cessazione delle condotte illecite, senza escludere la possibilità che la Fair Trade Commission trasmetta un rapporto penale alla procura di Tokyo.
Al netto della bufera giudiziaria, il mercato degli alcolici in Giappone è in una fase complicata come nel resto del mondo, esasperata da profonde trasformazioni demografiche e sociali. Il calo della popolazione e gli immancabili cambiamenti nelle abitudini di consumo delle nuove generazioni hanno determinato una drastica contrazione dei volumi di birra venduti rispetto ai picchi degli anni Novanta. I giovani mostrano un interesse sempre maggiore per stili di vita salutari e sono meno propensi a partecipare ai tradizionali ritrovi alcolici con i colleghi di lavoro nei locali serali, una volta praticamente obbligatori.
Oltre a questo, la frammentazione del mercato ha fatto emergere nuove categorie di prodotti come i cocktail premiscelati e le bevande analcoliche, permettendo al settore degli alcolici nipponico di continuare a muovere cifre enormi nel paese, con vendite complessive che nel 2024 hanno raggiunto circa 3.800 miliardi di yen, di cui circa 1.600 miliardi di yen legati alla birra e alle sue varianti a basso malto. L’indagine in corso farà luce su come i leader dell’industria abbiano gestito il mercato in un momento di transizione così delicato.


