Vi tatuereste un logo in cambio di pollo fritto gratis?

KFC ha pensato di sì, e ha avuto ragione: l'iniziativa è stata un successo di pubblico, ma il dibattito è aperto.

Vi tatuereste un logo in cambio di pollo fritto gratis?

Quanto vale un lembo della vostra della pelle? Se avete risposto qualsiasi cosa di diverso da “non ha prezzo”, qualcuno ha già pronta anche la valutazione: una fornitura di pollo fritto. È questa l’iniziativa promozionale del colosso del fast food KFC che, in occasione dell’ultima edizione della fiera Modena Nerd il 5 e 6 settembre, tra stand dedicati ai fumetti, ai videogiochi e alla cultura pop, ha proposto proprio questo scambio: farsi tatuare permanentemente sulla pelle un simbolo legato alla catena di ristoranti del colonnello Sanders in cambio di una fornitura omaggio promessa “a vita”.

Pelle in cambio di pollo

 

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Se qualche inguaribile ottimista pensava che questa idea fosse troppo strampalata per riscuotere successo ha dovuto presto ricredersi: la lista d’attesa, inizialmente pensata per accogliere cento persone, si è esaurita in appena trenta minuti dall’apertura della fiera, costringendo gli organizzatori a chiuderla per eccesso di richiesta. Nei due giorni dell’evento, circa duecento persone hanno pazientemente atteso il proprio turno sotto gli aghi di due tatuatori professionisti, pronti a imprimersi sulla pelle secchielli di pollo, cosce stilizzate o il logo stesso dell’azienda.

Non si è trattato però di una prima assoluta: già nel 2025 l’azienda aveva testato la sua KFC Tattoo Experience, coinvolgendo una cinquantina di temerari che avevano accettato di farsi tatuare disegni a tema, inclusa l’immagine di una coscia di pollo con gambe femminili. Un esperimento che fu celebrato dal brand come una delle sue iniziative promozionali più audaci, tesa a consolidare la presenza sul territorio emiliano e a stringere un legame profondo con la propria clientela, al quale evidentemente non vedevano l’ora di dare seguito, quadruplicando la portata attraverso la collaborazione con la fiera.

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Un successo per KFC quindi, e l’ennesimo nulla di fatto per la dignità umana, ma la vicenda non si è chiusa lì, e certamente le polemiche non sono mancate così come l’intervento delle associazioni dei consumatori. La prima questione riguarda la reale natura dell’offerta: sebbene la propaganda parlasse di pollo gratis “a vita”, il regolamento effettivo svela una ricompensa che suona molto meno generosa: il premio consiste infatti in un coupon per un menu omaggio utilizzabile soltanto una volta ogni dieci giorni.

Non solo, la validità di questi buoni non è estesa a tutto il territorio nazionale, ma è limitata esclusivamente ai ristoranti KFC aderenti di Modena, Reggio Emilia e Parma, con molti dei partecipanti hanno scoperto queste limitazioni geografiche e temporali soltanto dopo aver completato il tatuaggio sulla propria pelle.

Condizioni più che sufficienti perché Federconsumatori criticasse aspramente l’operazione: L’associazione ha parlato di “un marketing invadente che si appropria letteralmente del corpo delle persone, riducendole a sponsor viventi” in cambio di “un ritorno economico decisamente sbilanciato”. Senza dimenticare che un tatuaggio è per sempre, o richiede comunque interventi costosi e dolorosi per essere rimosso o coperto, mentre i termini della promozione commerciale rimangono soggetti a scadenze e limitazioni aziendali.

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Oltre alle questioni di regolamento, l’iniziativa ha dovuto superare anche lo scoglio dei controlli burocratici e sanitari. Federconsumatori aveva infatti chiesto formalmente al Comune di Modena e all’Ausl di intervenire per bloccare l’evento, sollevando forti dubbi sul rispetto dei requisiti igienico-sanitari all’interno dello spazio fieristico, e ricordando presunte mancanze di verifiche nell’edizione precedente, ma l’amministrazione comunale ha chiarito che per l’edizione 2026 tutti i controlli preventivi erano stati eseguiti con successo, e i due tatuatori dello stand avevano presentato regolarmente la documentazione sanitaria necessaria, consentendo così il regolare svolgimento delle sessioni.

Insomma, che alle associazioni piaccia o no, l’iniziativa si è tenuta e ormai è stato creato un precedente: il marketing dei fast food non sarà più solo fatto di gadget o programmi fedeltà, ma apre le porte a un futuro distopico in cui il corpo diventa merce di scambio, una prospettiva le cui ripercussioni etiche sono infinite. Fino a che punto potrà fermarsi l’autodeterminazione di un consumatore che accetta di mercificare la propria pelle? E appurato che anch’essa è in vendita, a quanti panini equivarrà un logo più grosso? O in bell’evidenza, magari in fronte? Il dibattito è appena cominciato.

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