di Giorgia Cannarella 13 Marzo 2013
Matteo Renzi, Oscar Farinetti

L’arrivo di Oscar Farinetti sulle macerie del Pd, per dettare la linea e augh, salvare il paese è praticamente realtà. Intendiamoci, i simboli della fine di una stagione politica sono altri: c’è chi lo temeva, chi forse lo sperava, ma fondamentalmente se lo aspettavamo tutti: l’infaticabile patron di Eataly non ha detto no all’ipotesi di candidarsi al ruolo di Governatore del Piemonte.

Mentre Beppe Grillo viene proclamato imperatore per acclamazione, Farinetti tifa apertamente Renzi, per cui ha finanziato una convention al PalaIsozaki durante le primarie (5000 euro, mica spicci), ricambiato dal rottamatore che di Mr Eataly apprezza i soldoni e la capacità, a differenza dell’apparato Pd, di parlare senza usare espressioni che non esistono più: scontro pregiudiziale, governissimo, ruoli istituzionali di garanzia, aggredire il tema del debito.

Farinetti di endorsement politici ne ha fatti molti e plateali, dai più maligni etichettati come pubblicità indiretta – interesse alla res privata più che a quella pubblica – dal sostegno allo sciopero della fame di Roberto Giachietti, deputato Pd, all’exploit anti-leghista secondo cui non avrebbe aperto Eataly a Milano se la Lega avesse vinto (ma la Lega ha vinto e a Milano ci sarà comunque Eataly). Certo, per avere l’energia necessaria tra due anni, quando il Piemonte eleggerà il nuovo Governatore, qualcosa dovrà cambiare: “il centrosinistra non più in mano ai funzionari di partito”, e soprattutto “non si dovrebbe attivare subito la macchina del fango contro di me”.

Bene, ma qual è il programma del Farinetti politico?

“Bisogna inventare una nuova idea di Piemonte, un brand che lo rafforzi e gli dia smalto a livello internazionale, per stimolare turismo e importazioni. Altro punto importante la sanità, che deve restare pubblica”.

E come ha preso il Pd questa (im)prevista dichiarazione di intenti? Stefano Esposito, neo-senatore, ci tiene a segnalare a Farinetti che “i nostri funzionari di partito, una straordinaria risorsa democratica di questo Paese, non esistono più da almeno quindici anni”. Vista la situazione della Regione Piemonte, però, “non è il momento di arroccamenti, ben vengano proposte dall’esterno” afferma Antonio Saitta.

Riuscirà a smacchiare il giaguaro, e magari nel frattempo ripulire il Piemonte da Grillo, l’uomo che ha esportato  il suo brand in ogni angolo conosciuto del pianeta? Saprà come guidare una regione colui che incurante della crisi continua a fatturare cifre a nove zeri?

Un imprenditore capace, carismatico e brillante che scende in campo per amore del suo paese: un momento, dove ho già sentito questa stroria?

[Crediti | Link: La Stampa]