di Giorgia Cannarella 12 Marzo 2013

Doveva entrare in vigore oggi il soda ban, legge voluta dal sindaco di New York Michael Bloomberg, per vietare le bevande zuccherate in contenitori superiori al mezzo litro (0,476 litri per la precisione). Senonché, proprio ieri, con tempismo invidiabile, il giudice della corte suprema Milton Tingling ha bocciato il provvedimento, definendolo un “divieto arbitrario, frutto di un capriccio”.

A settembre il Board of Health aveva approvato la norma che puntava a combattere l’epidemia di obesità nella città (il 24% dei newyorkesi è obeso, non proprio cifre ignorabili) allo stesso modo di altre leggi proposte da Bloomberg, che vietano ai ristoranti di proporre piatti con grassi vegetali idrogenati o impongono di esporre le calorie nei menù.

A mettersi in mezzo, però, è stata l’American Beverage Association: potente lobby americana delle bollicine secondo cui il divieto era illegale perchè violava la libertà dei consumatori. Più che la salute dei newyorkesi, a preoccupare i membri dell’associazione erano i 600.000 dollari di spesa previsti per cambiare bottiglie ed etichette, e 20% di perdita dei profitti stimato dagli esperti.

A sostenerli nella battaglia anti-Bloomberg (spregiativamente chiamato the nanny, la tata) è arrivato il Center for Consumer Freedom, per cui è un diritto degli Americani “scegliere come vivere la propria vita, cosa bere e cosa mangiare, come spendere i propri soldi e divertirsi”.

Infine, ieri, la sentenza della Corte Suprema. Il giudice Tingling ha scritto che se la legge entrasse in vigore “violerebbe la dottrina della separazione dei poteri”. Bloomberg però non si arrende, e annuncia ricorso in appello: la sua decisione di inimicarsi l’industria delle bibite gassate è più coraggiosa di quel che sembra, considerato che ogni anno i colossi delle bollicine spendono 1,26 milioni di dollari in contributi elettorali per i politici newyorkesi.
[America24]