di Chiara Cavalleris 9 Agosto 2018

Estate che vai, usanze che trovi. Un tempo trionfavano i tormentoni, sottofondi musicali martellanti e presto dimenticati. Oggi avanza il ghiacciolo allo Spritz, ideale refrigerio alla calura, e resiste il rito dell’aperitivo in spiaggia, meglio se condito da una polemica culinaria qualsivoglia.

Il soggetto più amato da grandi e piccini è la pizza: se è bruciata, apriti cielo!

Succede che il 3 agosto scorso, Ersilia Cacace, influencer di qualche peso con lo pseudonimo di La Boss delle pizze, posti su Facebook un’altra fotografia di sé stessa mentre addenta una pizza. Se la manicure spicca è anche per la pizza troppo cotta.

[La pizza di Cracco a 20 euro risponde ancora alle leggi di mercato?]

[Da Michele: come si porta nel mondo la più famosa pizzeria di Napoli]

La blogger vuole solo farci sapere di trovarsi Da Michele, gnammy! Ma senza volerlo scatena l’inferno: sotto il post compaiono centinaia di commenti scandalizzati. “È carbonizzata”, “Rimandala indietro”. Altri scrivono che la pizza bruciata è la prassi Da Michele.

L’antica Pizzeria da Michele, per chi non lo sapesse, è la pizzeria napoletana per antonomasia, quella all’imbocco di Forcella con la fila chilometrica all’esterno, che si forma a mezzogiorno e termina solo quando la maggior parte delle persone torna a lavoro.

Il menu non esiste, bisogna solo specificare se si vuole una margherita o una marinara. Tavolacci in marmo, ambiente verace, file impossibili, prezzi bassi. È così da quasi 150 anni.

Per i leoni da tastiera là fuori, che evidentemente possono insegnare alla storica pizzeria come si prepara la pizza (idea interessante), quelle bruciature sono un’occasione troppo ghiotta.

Risponde per le rime sul suo profilo Facebook, Alessandro Condurro, pronipote di Salvatore Condurro e Michele Condurro, un pezzo della grande storia della pizza napoletana.

Alessandro è il creatore nonché referente di Michele in the World, la startup che ha in concessione i diritti per l’impiego di nome e marchio della pizzeria nel resto del mondo.

Divertenti e vagamente beffardi i suoi commenti, il tenore è più o meno questo:

Anche per noi la tentazione era troppo ghiotta, così con Alessandro Condurro abbiamo fatto una chiacchierata.

Dissapore: Ma questa attenzione per la pizza al limite del morboso, non sarà esagerata, cosa sta succedendo?

Alessandro Condurro: Sono il primo a chiedermelo. Se tu avessi postato quella stessa foto, cinque anni fa, avrebbero commentato “che bello”. Al massimo qualcuno avrebbe scritto “che invidia”, perché ti trovi in una pizzeria famosa. Oggi come minimo nel commento appare la parola “alveolatura”. Sono tutti esperti.

I pizzaioli poi, oggi che il loro mestiere è diventato patrimonio Unesco, chi li ferma più? Vittime del doping mediatico, loro che in media hanno la quinta elementare, si sentono Picasso. Parlano di amminoacidi. Scissione delle proteine.

Per carità, è il lavoro fatto da mio nonno e mio bisonno prima di lui. Ma non perdiamo il senso della misura: andiamo, la pizza è acqua e farina. La cosa più scema del mondo.

D: la pizza però era bruciata, si capiva anche con la quinta elementare.

A.C.: Certo. Di pizze, nel locale di Via Sersale se ne sfornano 1.200 al giorno. Tra i commentatori più infervorati c’erano professionisti che di pizze ne fanno 200 al giorno.

Con quei numeri puoi fare anche la radiografia di ogni pizza che esce dal forno. Con i nostri no.

Detto ciò, se un cliente mi fa notare che la pizza è bruciata perché non me ne sono accorto, si getta e si rifà da capo.

 

D.: Alla influencer La boss della pizza è piaciuta, comunque?

A.C.: Sì. A me piace la fiorentina molto cotta. Non oso immaginare cosa succederebbe se postassi la foto della carne come la mangio io: chissà cosa direbbero del cuoco, come minimo che non sa fare il proprio lavoro.

Dissapore: Ma cosa pensi dei foodblogger?

A.C .: La Boss della pizza è simpatica e, come si è detto, ha scatenato il putiferio senza volerlo. Diciamo che, più in generale, blogger e food-writer (adesso si dice così, a quanto vedo) ricoprono un ruolo anomalo.

Quando vedo impiegati dell’esattoria che parlano di cibo, li manderei in ufficio. Io, che lavoro in questo settore come manager, non parlerei mai male di un pizzaiolo. Per contro rispetto l’opinione dei critici gastronomici.

Se domani Dissapore dovesse dire che la mia pizza non è buona, rispetto il parere e mi regolo di conseguenza. I critici improvvisati non fanno male solo a noi, ma soprattutto a voi: tolgono credibilità.

D.: E quando a trollare è un giornalista che si occupa di gastronomia? Anche Antonio Scuteri, direttore della sezione “Sapori” di Repubblica, si è prestato alla polemica della pizza bruciata

A.C.: Sì, ci sono rimasto male, ma non si può stare simpatici a tutti. Mi sorprende che un giornalista di livello si abbassi a fare così.

D: Ci sono state ricadute negative sulla pizzeria Da Michele?

A.C.: No. Non fraintendemi: è pur sempre pubblicità. Purché se ne parli, come si dice. Ma non lo considero un danno di immagine.

Abbiamo la fila di turisti, non puntiamo sui social, figurati che i miei zii, titolari della pizzeria, non sono nemmeno su Facebook: non verranno neanche a sapere di questa storia. Mi resta l’amaro in bocca per i commenti dei pizzaioli, questo sì.

[Immagine di copertina: Munchies]