di Massimo Bernardi 14 Gennaio 2010

I bucatini all'amatriciana del ristorante Maialino di New York

La lista delle cose che bisogna essere in due per fare è lunga. Così insospettabilmente lunga che si deve essere in 2 anche per commentare l’ascesa della cucina romana a New York. Uno è il New York Times, voglio dire: IL NEW YORK TIMES. L’altro è la Coldiretti. Vabbé, non c’è gara. Un momento, aspettate. Capita che due giorni fa il Times dedichi un trionfante articolo ai nuovi trastulli culinari della Grande Mela: agnello a la scottadito – “finger-burning”, saltimbocca – “jump into the mouth”, carciofi alla Giudia – “Jewish Ghetto-Style”, cacio e pepe – “pasta with cheese and black pepper” e via elencando (dite al Corriere che martedì era il 12 gennaio). Si consigliano i ristoranti italiani che stanno facendo fortuna, “Sora Lella”, gestito a Soho dai nipoti di Aldo Fabrizi, e quelli dei cuochi-celebrità italoamericani fulminati sulla via della pajata, tipo Mario Batali proprietario di “Cacio e Pepe” e la “Lupa”.

E soprattuto, si precisa che i clienti di questi ristoranti non si accontentano di fantasiose imitazioni della cucina romana. Niente tarocchi insomma, il guanciale “non è una pancetta e non è affumicato”, puntarelle e pecorino si comprano nelle botteghe di fresca apertura, le tagliatelle appena fatte addirirttura online.

E qui interviene la Coldiretti. Ma quale cucina romana e quale New York Times, negli Stati Uniti il Romano è prodotto in Illinois con latte di mucca (non di pecora), il prosciutto Busseto è Made in California, la mortadella bolognese si fa con la carne di tacchino, i pomodori pelati San Marzano sono “grown domestically in the Usa” e il Pompeian olive oil è prodotto nel Maryland.

Ecco fatto, i coltivatori diretti hanno rovinato l’atmosfera e una volta tanto hanno ragione a precisare, il falso italiano genera all’estero un fatturato robusto.

Resta il fatto che in Italia (uno, due, tre link a caso) e nel mondo, grazie a nuovi interpreti, la cucina romana classica sta vivendo una stagione gloriosa. Semplicemente: il pianeta la adora. Chissà se i romani se ne stanno accorgendo.

Immagine: New York Times