di Alessandro Morichetti 24 Giugno 2011

Io sono Slow Food Inside. La chiocciola mi esalta, è il segnetto che identifica una filosofia di vita saporita come poche: cose buone e sostenibili per chi le produce e per l’ambiente. Erano 4 amici al bar di Bra in cerca di Barolo, oggi sono una potenza che parla tutte le lingue del mondo, dal radicalscicchismo di Alice Waters, chef che dà del tu a President Obama, al sorriso sghembo, dev’essere per le mani callose, dell’ultimo contadino africano.

Io collaboro da anni con la guida Osterie d’Italia e quando capita, dico prima quello e dopo che ho preso la laurea. Mi piace il rigore con cui è organizzata. Sì, perché senza organizzazione vai mica da nessuna parte, servono poi soldi, solidità, radicamento territoriale, relazioni. Contatti con i politici giusti, con gli imprenditori illuminati, che inevitabilmente portano vicinanze melmose, collateralismi rischiosi.

Da chiocciolina che era Slow Food è diventata grande, anche un po’ status, oggi in società gli acculturati del mangiarbene sono di moda. Intendiamoci, è comunque una conquista e come ogni conquista lascia qualche strascico.

Leonardo Romanelli è un professore fiorentino, stravagante gurmè, anche editor di Dissapore. Conosce l’ambiente, lo naviga da sempre, eppure ieri, per i 25 anni di Slow Food, ha affidato al suo blog un post amaro. Se fosse uno sfogo solitario, sapete che c’è, chissenefrega. Il punto è che di critiche simili se ne sentono eccome. Centralismo soffocante, dipendenza verticistica da Carlo Petrini (presidente, fondatore, ideologo dell’associazione, un po’ padre padrone), collaboratori sacrificati nel nome del fatturato inseguito lontano dalle radici politiche. Ne parlo con cautela, ovvio, ma se non sono gli amici a preoccuparsi di te, chi lo farà?

Vero è che sbaglia chi fa, il mondo ci invidia Carlo Petrini, tutti gli riconoscono di aver sdoganato argomenti di portata globale. Da ultima la scuola, con il tema più svolto della maturità 2011: “Siamo quello che mangiamo?“. Slow Wine (la neonata guida ai vini) è un prodotto originale e visionario, la guida alle Osterie d’Italia continua a vendere e a portare clienti perché chi la compra si fida. Le attività sul territorio non mancano, c’è sempre fermento associativo anche se chi decide sta sempre nella parte alta dell’organigramma.

Una situazione articolata, come si dice, capirla del tutto non è nemmeno semplice. Amo Slow Food, per tutte le ragioni per cui lo amate voi. Che poi sono una ragione sola: è un’associazione amabile. E ritengo un mio preciso dovere morale aiutarla a capire se qualcosa non va. Chi sa parli ora o taccia per sempre.

[Crediti | Link: Slow Food, Quinto Quarto, immagini: Slow Food]