di Cinzia Alfè 27 Dicembre 2017

Le verifiche dei Nas sono state “troppo rigorose” e le loro punizioni “eccessive”? Di conseguenza, ha ragione Antonino Cannavacciolo a lamentarsi?

Stiamo parlando, come i lettori più assidui di Dissapore avranno già capito, delle due denunce per frode in commercio con annessa multa di 1.500 euro che Asl e carabinieri del Nas hanno rifilato nei giorni scorsi al Bistrot torinese del giudice di MasterChef.

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Se sui social il tiro al bersaglio nei confronti dello chef che in Tv giudica le altrui cucine da incubo e si fa poi prendere in castagna nella sua è stato univoco, da parte dei cuochi stellati e della Fipe che li rappresenta c’è stata una levata di scudi in difesa di Cannavacciuolo, vittima, a loro parere,  di un accanimento causato esclusivamente dalla grande popolarità del cuoco campano, capace di fare da cassa di risonanza per il lavoro delle Forze dell’ordine.

La Stampa ha quindi deciso di dare la parola proprio a loro, per la precisione a Roberto Testi, medico legale e direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Asl Città di Torino, che esordisce subito con una frase impegnativa: “l’obiettivo degli ispettori, così come quello delle altre forze dell’ordine impegnate nei controlli, non è quello di fare multe ma piuttosto di fare cultura”.

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E non vuole sentir parlare, Testi, di “eccesso di zelo” nelle verifiche dei suoi uomini, così come, afferma, le pene comminate a seguito delle irregolarità riscontrate non sono mai eccessive o “ad personam”, ma semplicemente sono quelle che gli ispettori sono tenuti ad applicare in quanto previste dalla legge. E se in generale la ristorazione torinese e nazionale godono di buona salute, è proprio grazie alla “professionalità degli imprenditori e alla continuità delle verifiche”, dice Testi.

E non ci possono essere sconti per nessuno, soprattutto per chi è più popolare, per chi da uno schermo TV predica igiene e trasparenza e poi a casa propria dimentica qualche asterisco addebitandolo a una semplice svista:

“Molti professionisti dimostrano di conoscere ogni norma e di sapersi autoregolamentare anche senza l’intervento degli ispettori Asl o degli specialisti dell’Arma e della Finanza. Per questo non è pensabile che ristoranti storici della città, così come realtà più recenti che però portano il nome di autentici guru della cucina italiana, possano giustificare la mancata applicazione delle norme come una semplice distrazione”.

Per chiarire meglio il concetto – nonostante l’unanime e incondizionato appoggio a Cannavacciuolo da parte dei suoi colleghi e che puzza un po’, lasciateci dire,  di corporativismo –  Testi ribadisce che le norme non sono certo state pensate per oscuri motivi amministrativi o per mettere i bastoni tra le ruote a ristoratori e negozianti, né  per portare un po’ di ossigeno alle esangui casse comunali.

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Sono state stabilite invece, continua il dirigente della Asl torinese, proprio a nostra tutela, a tutela cioè del consumatore, da proteggere quando va al mercato o partecipa a un evento, a mangiare nel ristorante all-you-can-eat così come in quello di grido:

“Quest’anno l’operazione Natale sicuro ha coinvolto lo street food e i ristoranti blasonati. Nel 2016, invece, ci eravamo occupati di sushi e la qualità del pesce trovato, almeno sotto il profilo della sicurezza e salvo rare eccezioni, non presentava alcuna irregolarità. Ma vorrei fosse chiara una cosa: il nostro lavoro serve prima di tutto a difendere quel patrimonio che sono i consumatori, insomma gli stessi clienti dei locali. La priorità è la loro salute, ovvio, ma è altrettanto importante che non vengano fregati”.

Per tutte queste ragioni non bastava una semplice pacca sulla spalla. La salute pubblica va tutelata, sostiene Testi, e viene prima dei pur legittimi interessi di negozianti e ristoratori.

[Crediti: La Stampa]