di Anna Silveri 23 Dicembre 2017

Cos’è successo ieri? Per quasi tutti i giornalisti italiani è successo che i Nas sono andati nel ristorante di lusso e hanno stangato la star della tv Cannavacciuolo, colpevole di spacciare prodotti congelati per freschi, alla faccia dei prezzi assassini del suo bistrot di Torino.

Cannavacciuolo ci ha messo del suo, difendendosi con la retorica del “vien voglia di andarsene” a causa di un presunto eccesso di zelo dei Carabinieri.

La coscienza critica della Nazione si è prontamente attivata partorendo un cupo brontolio qui rappresentato dal raffinato eloquio di un caporedattore di Repubblica, non il primo leone da tastiera insomma:

Dunque è questo che volete? Non vi interessa capire, ascoltare le spiegazioni, valutare la buonafede?

Tutto ciò che conta è il tiro al bersaglio sullo chef che in Tv giudica le cucine da incubo degli altri e si fa prendere in castagna nella sua?

[Frode in commercio per Cannavacciuolo: “il mio non è un bistrot da incubo”]

No, perché se è così, allora partecipiamo anche noi alla mattanza cannavacciuolesca:

— Possiamo ironizzare su quei Nas cavillosi che, instillando nella star milionaria che fa più spot di Belen la voglia di andarsene da Torino, o chissà, forse dall’Italia intera, hanno superato ogni limite.

— Possiamo ridere degli asterischi mancanti accanto agli alimenti surgelati: che vuoi che sia, succede pure nelle trattorie più infime e non si è mai lamentato nessuno.

— Possiamo scherzare sulla pena alternativa invocata dallo chef campano, che alla doppia denuncia per frode in commercio avrebbe preferito dai militari un avvertimento, magari una bella pacca sulla spalla e un “non lo fare più”. Quale inutile accanimento ai danni di un onesto ristoratore.

— Possiamo deridere lo slancio botturiano (“Il cibo buono non si butta”) con cui Cannavacciuolo ha motivato la pasta surgelata, finita pronta e condita nel congelatore insieme a carpe e zucchini. Possibile che arrivasse pure lei, previo passaggio in forno, sulla tavola degli ignari clienti? No, ha risposto sdegnato lo chef, quella “ce la mangiavamo noi, era per uso personale”. Uso personale e dunque legale, principio traslato dal consumo di hashis o marijuana e applicato allo spaghetto allo scoglio.

[Antonino Cannavacciuolo Bistrot a Torino: cos’è e cosa si mangia]

Così vi sentite meglio? Sicuri?

Facciamo i garantisti con tutti, ma se c’è di mezzo uno chef allora ci diverte privilegiare i primordiali istinti forcaioli, o tirare fuori l’eterna trattoria, dove queste cose erano all’ordine del giorno ma almeno non eri costretto a svuotare la carta di credito.

Non sarebbe meglio perdere un minuto in più per leggere le spiegazioni date da Cannavacciuolo, che a noi non sono sembrate così prive di logica?

[Antonino Cannavacciuolo sta aprendo il bistrot di Torino]

“Prodotti come il pesce devono essere abbattuti per legge. Procedimento che era correttamente indicato, ma soltanto in fondo alla carta. Certo: abbiamo sbagliato, c’è poco da discutere. Ma non l’abbiamo fatto in malafede. D’ora in avanti un asterisco lo indicherà accanto ad ogni piatto. Fine della storia.

E ancora: Da un anno tutti i nostri locali sono controllati dall’Asl, dai Carabinieri. Tutti gli ispettori hanno sempre trovato cucine perfette e dipendenti in regola. E, francamente, sui nostri pavimenti si potrebbe pure mangiare”.

Invece no, anche questa volta spezzare le reni allo chef stellato, ventre a terra, ci ha fatto sentire molto meglio.

[Crediti | Immagine: Focus]