di Luca Iaccarino 17 Settembre 2018

Un amico l’altroieri sera è stato a cena in un nuovo ristorante di certe ambizioni. Per “certe ambizioni” intendo un locale che punta a proporre gastronomia di buon livello, ma non il nuovo Celler de Can Roca, per capirci.

Un posto che, sulla carta, verrà frequentato dalla borghesia: cene di lavoro, serate di coppia ––un anniversario, una serata in cui semplicemente ci si vuol trattare bene––, cose così.

Ebbene. L’amico in questione era piuttosto perplesso: questo nuovo ristorante di certe ambizioni propone solo menu degustazione e dunque, come capita spesso, il medesimo per tutto il tavolo.

Senza carta. Senza alternative. Si mangia tutti lo stesso, minimo immagino cinque, sei portate, e stop.

[La dittatura del menu degustazione: perché il cliente non ha (quasi) mai ragione]

[Il menu degustazione è narcisismo?]

[Menu degustazione al posto del menu alla carta: diktat dello chef o libera scelta?]

Ora. Io non sono tra quelli che aborrono i menu prestabiliti. Anzi, spesso mi piace affidarmi al percorso studiato dallo chef. Ma che non ci siano alternative mi sembra molto radicale.

Te lo puoi (forse) permettere se ti chiami René Redzepi, Albert Adrià o Davide Scabin.

Te lo puoi anche permettere se sei un posto dove si viene evidentemente per fare un’esperienza gastronomica ––penso al Kresios che certo non vive delle cene delle aziende di Telese Terme––, ma se sei un buon ristorante per la borghesia, diamine, devi andare incontro alla clientela.

Sono piuttosto certo che questo nuovo ristorante di certe ambizioni verrà a più miti consigli e introdurrà la carta accanto ai menu.

Se invece persevererà nel dire ai propri astanti “o mangi la minestra o salti dalla finestra” ho la sensazione che li vedrà presto tutti sul balcone.